DAL MOSCHETTO AI GAS CHIMICI: L’EVOLUZIONE DELLA BATTAGLIA NELLA PRIMA GUERRA MONDIALE

a cura di Francesco Aniballi

Quando sono chiamati al fronte i primi soldati della Grande Guerra sanno che, per affrontare il nemico, hanno a disposizione moschetto, baionetta e pugnale. Il moschetto per “tirare” verso il nemico, la baionetta se si inceppa il fucile ed il pugnale per il corpo a corpo. Tuttavia, non molto tempo dopo l’avvio dello scontro bellico mondiale, si sviluppa sui campi di battaglia un nuovo modo di guerreggiare: vengono introdotte le armi chimiche.

Siamo nel 1915. Sul campo di battaglia di Ypres si fronteggiano l’Esercito tedesco e quello delle forze alleate. Un denso fumo giallo si alza dalle trincee tedesche. Il vento sposta la nube verso le linee alleate. Colti impreparati i militari francesi non riescono a fronteggiare la nube tossica e capiscono troppo tardi che si tratta di cloro. I morti sono circa 5000 ed i feriti numerosissimi. Questo gas killer provoca ustioni chimiche ai danni degli alveoli polmonari e porta alla morte per asfissia. La Convenzione Internazionale dell’Aja del 1907 su leggi ed usi della guerra terrestre, vieta l’uso di veleni ed armi avvelenate tuttavia nessuno rispetta la prescrizione. Inoltre le conoscenze dell’epoca non permettono alcuna difesa ne protezione contro questi nuovi metodi di battaglia. Sul fronte italiano l’esordio della guerra chimica avviene sul Carso nel 1916. L’azione desta molto interesse nell’opinione pubblica poiché, dopo essere stati tramortiti dai gas, i soldati furono materialmente “finiti” attraverso dei colpi di mazza ferrata.

Con l’evoluzione delle conoscenze sulle armi chimiche, perfezionate da brillanti scienziati, sono prodotte le granate a caricamento chimico. Queste diventano il mezzo preferito per l’impiego massivo di aggressivi come cloro, fosgene e difosgene. Si stima che nell’ultima parte della prima Guerra Mondiale un terzo delle granate lanciate porta alla morte di circa un milione di persone.

L’avvento della guerra chimica obbliga l’approntamento e lo studio di nuove e specifiche tecniche di difesa dalle armi chimiche e biologiche. Nella città di Rieti esiste, fin dalla seconda metà del XIX secolo, una caserma intitolata dopo la prima Guera Mondiale ad Attilio Verdirosi. All’interno dell’edificio è presente un museo allestito con vari materiali sulla guerra chimica. Noi di “Didattica Luce in Sabina” abbiamo avuto la possibilità di visitarlo accompagnati dal Tenente Colonnello Antonio Passi nostro dotto Caronte.

 

«Il museo, allestito all’interno della Scuola Interforze per la Difesa NBC, contiene molti materiali non più in servizio appartenuti a eserciti di varie nazioni – ci spiega il Tenente Colonnello – utilizzati nel periodo compreso tra la fine della prima guerra mondiale e gli anni ottanta dello scorso secolo. È diviso in 5 aree tematiche: materiali per la protezione individuale (maschere anti NBC ed indumenti protettivi permeabili), strumenti per la rilevazione e identificazione chimica e radiologica (strumenti con i quali è possibile individuare la presenza di aggressivi chimici da guerra), materiali per la decontaminazione e cura del personale (apparati per la cura del personale colpito), materiali lanciafiamme, materiali nebbiogeni».

Insomma entrare nel museo della Caserma Verdirosi è come entrare in un laboratorio di un chimico militare che, a cavallo delle due guerre mondiali, cerca di capire e comprendere i segreti delle nuove tecniche di difesa dell’impiego di armi chimiche, biologiche, e nucleari.


 

Si ringrazia per la collaborazione il Tenente Colonello Antonio Passi e il Capitano Riccardo Colantoni

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