MUSEO DEL PANE: STORIA BREVE DI UN BENE COMUNE

a cura di Patrizia Cacciani

Il pane è l’alimento più comune e diffuso nel mondo. È considerato nell’immaginario collettivo il simbolo della libertà dalla fame. Tutti i popoli del mondo hanno una storia da raccontare. Spesso queste storie mettono in contatto, attraverso il pane, l’uomo e la divinità. È un bene quotidiano, terreno, semplice, ma allo stesso tempo è cibo sacro.

In queste due giornate dedicate al patrimonio con la scelta di raccontare luoghi di frontiera e diffusi del territorio Sabino e Reatino, ho ritenuto di usare la singolare opportunità di narrare un luogo non luogo che ha un antico rapporto con questa terra. Ora fisicamente è nel Castello Bolognini a Sant’Angelo Lodigiani in provincia di Lodi, ma è anche virtualmente nel sito www.bottegazero.com/MuSGra: Museo della Scienza del Pane Nazareno Strampelli.

Nel 1919 Nazareno Strampelli volle realizzare l’Istituto nazionale di genetica per la cerealicoltura ed il museo del pane. La sede, verrà finalmente inaugurata il 2 gennaio 1930 in una struttura costruita appositamente sulla via Cassia, vicina alla tenuta dell’Inviolatella, progettata dall’Ingegner Stefano Gentiloni Silvery ed i lavori iniziarono alla fine del 1927. Precedentemente la sede era stata presso il Ministero dell’Agricoltura, poi nell’Istituto sperimentale zootecnico, infine in un edificio nei pressi di Porta Pia. Una palazzina di due piani: al pianterreno del fabbricato centrale c’era il laboratorio chimico con annessi i locali per le apparecchiature, così come il laboratorio tecnologico con il molino e il forno sperimentali. Sullo stesso piano era stato ubicato il museo del pane che raccoglieva forme e qualità provenienti da ogni parte del mondo. Al primo piano si trovavano la presidenza, la direzione, la sala riunioni del consiglio di amministrazione, l’archivio e i vari uffici di segreteria e contabilità, oltre ad una sala congressi dotata di schermo per proiezioni. Adiacenti al suo ufficio, Strampelli volle che fossero annessi piccoli laboratori di chimica, microscopia e fotografia. Nella parte posteriore del fabbricato si trovavano il laboratorio di microscopia e quello di biologia ed elettrogenetica, divisi tra loro dalla biblioteca. Adiacente all’edificio principale si trovava la struttura dove erano stati ubicati il molino, il pastificio e il panificio dimostrativi. Questo stabile fino a qualche anno fa ha ospitato l’Istituto sperimentale di cerealicoltura dove ha operato l’Unità di ricerca per la valorizzazione qualitativa dei cereali (QCE), all’interno del CREA, consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria. Oggi è stato dismesso e si trova in uno stato di deprecabile abbandono.

Il 20 giugno 1925 Mussolini proclama la battaglia del grano: «Io ho preso formale impegno di condurre la Battaglia del Grano e ho già preparato lo stato maggiore, il quale stato maggiore dovrà agire sui quadri rappresentati dai tecnici dei Consorzi agrari, delle Cattedre ambulanti di agricoltura e dei Consigli agrari provinciali; e costoro dovranno muovere l’esercito, la truppa degli agricoltori». Costituisce il comitato permanente (rdl 4 luglio 1925), direttamente presieduto da lui, composto da cinque membri: Giorgio Belluzzo, ministro per l’economia nazionale, Alessandro Brizi, direttore generale dei servizi dell’agricoltura, Gino Cacciari, Enrico Fileni, Antonio Marozzi, in rappresentanza della Confederazione nazionale fascista degli agricoltori, Franco Angelini, Novello Novelli, Luigi Razza, rappresentanti della Federazione nazionale sindacati fascisti dell’agricoltura, e quindi Antonio Bartoli, Emanuele de Cillis e Nazareno Strampelli.

Archivio Istituto Luce, A00001025, Comitato nazionale per la battaglia del grano
Archivio Istituto Luce, A00001025, Comitato nazionale per la battaglia del grano

Questi i punti impegnativi per il comitato voluti da Mussolini:

1. Non è strettamente necessario aumentare la superficie coltivata a grano in Italia. Non bisogna togliere terreno ad altre colture che possono essere più redditizie e che comunque sono necessarie al complesso dell’economia nazionale. È da evitare, quindi, ogni aumento della superficie coltivata a grano. A parere unanime la cifra di ettari raggiunta con le semine del 1924 può bastare.

2. È necessario invece aumentare il rendimento medio di grano per ettaro. Un aumento medio anche modesto, dà risultati globali notevolissimi.

Inserire nel Comitato permanente del grano Nazareno Strampelli è la scelta di Mussolini nei riguardi delle razze elette del genetista: la problematica delle sementi elette venne posta al primo punto dei problemi che il Comitato avrebbe dovuto affrontare, il fattore decisivo per sperare in un aumento di produzione frumentaria che non implicasse l’estensione della superficie di coltivazione. Cosa che in realtà avvenne nelle regioni meridionali dove il latifondo era particolarmente presente (in particolare in Sicilia, Sardegna e Puglia).

Strampelli aveva trovato a Rieti un tipo di grano, chiamato Rieti originario, molto resistente alle ruggini, da cui il genetista ha avviato tutti i suoi studi sui grani in genere. A Rieti trasformò la cattedra ambulante in stazione cerealicola per lo studio genetista.

L’introduzione della legge protezionistica non portò ad una immediata inversione di tendenza tra grano importato e grano prodotto. Nel 1932 a fronte di una produzione di 66,5 milioni di q.li di frumento, l’importazione scese da 19 a 14 milioni di q.li, per scendere a 4,5 milioni nel 1934, a fronte di una produzione di 81 milioni di q.li, per arrivare a soli 85 milioni q.li del 1942.

Il primo contributo è il cinegiornale Luce B0020 del 1931 che mostra il processo di meccanizzazione per la produzione del pane. Una scoperta italiana! La didascalia è tipica dei giornali muti, ma in realtà sono i primi esperimenti di sonoro in presa diretta: ascoltiamo i rumori dei macchinari, i fornai al lavoro e vediamo la produzione delle classiche ciriole romane.

Nel 1932, in occasione del decennale della marcia su Roma, ai Mercati Traianei fu organizzata la Mostra Internazionale del Pane, come testimonia il cinegiornale Luce A0977. La collezione delle varie tipologie di prodotti realizzati nel mondo è sicuramente proveniente dall’Istituto di Nazareno Strampelli.

Il 13 ottobre 1939 un nuovo cinegiornale Luce B1583 intitolato Il Museo del Pane, poco dopo l’attacco della Germania nazista alla Polonia, avvenuto il 1° settembre 1939, data convenzionale di inizio del secondo conflitto mondiale, viene editato nelle sale dei cinema italiani e dell’impero. La propaganda vuole mostrare come il paese sia pronto ad un conflitto bellico, perché ha le capacità produttive per sostenere la popolazione. Lo speaker recita: «…eccezionale museo… simbolo della casa, profumo della mensa, gioia dei focolari…». Un parlato per rasserenare gli animi in un momento così grave.

Concludo con un cinegiornale dell’età repubblicana. La Settimana Incom 00243 del 27 gennaio 1949 intitolata Il nostro pane quotidiano: museo a Roma. Siamo nella fase della Ricostruzione, il V governo De Gasperi: anche in questo caso la propaganda utilizza il pane per rassicurare. Il confine tra sacro e profano è molto sottile.

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