LA CITTÀ ATTORNO ALLA VISCOSA

a cura di Egisto Fiori

Dagli anni ‘20 la Supertessile ha cambiato molte volte nome e gestione ma tra i reatini, lo stabilimento è prevalentemente noto come “La Viscosa”. Sono tantissime le famiglie che direttamente o indirettamente hanno avuto a che fare con una produzione che ha segnato irrimediabilmente la città non solo dal punto di vista economico ma anche da quello culturale, sociale ed urbanistico. All’inizio del Novecento infatti, la locale economia era ancora prevalentemente agricola e la città quasi interamente racchiusa nell’antica cinta muraria. Migliaia di contadini della piana reatina e dei paesi vicini lasciarono il lavoro della terra per quello di fabbrica ma lo stabilimento attirò anche moltissime maestranze da altre regioni ed in particolare, dal Veneto. Tra accoglienza e curiosità, tra accenti diversi e frizioni dovute a differenti stili di vita, Rieti fu terra di immigrazione. Il ricordo delle Padovane, le operaie venete, con le loro biciclette, i capelli al vento e la loro indipendenza, anche economica, dalla famiglia patriarcale è ben impresso nella memoria di una città che si trovò ad affrontare i molteplici aspetti di una trasformazione che coinvolse in maniera più o meno diretta gran parte di quello che nel 1927, era divenuto un capoluogo di provincia.

Fabbrica_Veduta d'insieme

Il processo di industrializzazione si era già avviato nel 1873 con la fondazione dello zuccherificio di Rieti, il primo in Italia, ma la produzione era comunque legata alla trasformazione dei prodotti agricoli. Lo stabilimento della Supertessile si estendeva per oltre 30 ettari e fu costruito di fronte allo zuccherificio, sul lato opposto di viale Maraini che congiunge la porta Cintia alla chiesetta di Madonna del Cuore. L’edificio sacro, anticamente noto come “Madonna dei Frustrati”, sorgeva in un’area allora esterna alla città ma con l’edificazione del complesso industriale, si sviluppò nelle sue adiacenze anche un vero e proprio villaggio operaio. Sorsero le villette per i dirigenti, le abitazioni più modeste per le maestranze, un convitto per il personale femminile, strutture di servizio ed anche una nuova chiesa. Nello stesso stabilimento, oltre al dopolavoro, erano presenti altri servizi per i lavoratori. Molti hanno descritto la Viscosa come una mamma che ha portato ricchezza economica al territorio ma le sostanze chimiche necessarie alla produzione del rayon hanno anche rappresentato un problema gravissimo non solo per chi ha lavorato nello stabilimento ma anche per la parte della città che è andata sviluppandosi nei decenni, soprattutto nelle vicinanze del complesso industriale.

Dal punto di vista urbanistico, potremmo individuare due diverse fasi di sviluppo. La prima riguarda l’area che congiungeva lo Zuccherificio e la Viscosa a porta Cintia, identificabile grosso modo con l’attuale quartiere di “Regina Pacis” che ancora una volta ha mutuato il proprio nome dalla chiesa edificata negli anni ‘60. La maggior parte degli edifici della zona risalgono a quel periodo e al decennio successivo. In seguito, l’espansione urbanistica ha riguardato quello che attualmente prende il nome di “Quartiere Micioccoli”.

Chi ha vissuto nell’ultimo mezzo secolo nella zona, ha potuto assistere alla trasformazione progressiva di questa parte della città e conservare diversi ricordi legati alla Viscosa. Tra le memorie uditive, va senz’altro ricordato il suono della sirena che non scadenzava solo i turni in fabbrica ma la vita dell’intero quartiere operaio, raggiungendo anche le allora poche palazzine sparse ai lati del viale Maraini, tra un vigneto, un orto e un prato incolto. Altro “rumore” caratteristico era lo sferragliare dei vagoni che lentamente defluivano per le “Porrara”. Lo stabilimento della Viscosa infatti, beneficiava del raccordo ferroviario precedentemente costruito per collegare l’antistante zuccherificio allo scalo merci della stazione di Rieti. I binari posizionati inizialmente nell’area dello zuccherificio, attraversavano viale Maraini per poi penetrare fin dentro allo stabilimento della Viscosa. Non esisteva passaggio a livello e il traffico automobilistico, negli anni ‘60 ancora contenuto, veniva bloccato dalle maestranze con una semplice paletta. Qualche volta i vagoni, rimanevano fermi per interi pomeriggi lungo il tratto che costeggia via Porrara e per i nugoli di ragazzini del quartiere era un’ulteriore occasione di divertimento. Armati di cerbottane, di fionde e di archi costruiti con materiali di fortuna che abbondavano nel quartiere in costruzione, i più piccoli si cimentavano negli “assalti al treno”. Altre volte invece, i vagoni fermi sui binari costituivano rifugi indispensabili per una generazione che non aveva ancora avuto l’opportunità di conoscere la “beat generation” ma che aveva ben letto I Ragazzi della via Pal e cominciava, vedendo le case che crescevano tutt’intorno, a cantare Il ragazzo della via Gluck con una certa consapevolezza. I binari sono stati nel tempo divelti ma alcune testimonianze, affiorano ancora nei punti in cui attraversavano la strada carrabile.

Tra le memorie inevitabili ci sono purtroppo anche quelle olfattive. In alcuni giorni l’aria si faceva pesante ed irrespirabile. Alcune casalinghe attribuivano addirittura l’annerirsi precoce dell’argento alle sostanze presenti nell’aria. Indipendentemente dalle credenze popolari, la pericolosità della lavorazione era evidente. Lavorare in alcuni reparti doveva essere impressionante e non solo per la presenza di sostanze chimiche pericolose. Tra le testimonianze raccolte negli anni, alcune fanno riferimento al vapore acqueo, presente in alcuni ambienti. – C’era una nebbia che la potevi tagliare con il coltello… Tra la nebbia, i rumori, la puzza, sembrava l’inferno – Tra i racconti degli operai, troviamo il famoso bicchiere di latte. Fornito al mattino o ad inizio turno, aveva il presunto compito di purificare l’organismo dai pericolosi agenti chimici necessari alla produzione. Alcune operaie ricordano invece, le “lepri”. Erano definite così le lavoratrici più veloci, scelte dai capi, ai cui tempi di lavoro tutte le altre le colleghe erano tenute ad adeguarsi.

Nonostante tutto, c’era un legame fortissimo con lo stabilimento Viscosa e non solo di tipo economico. Il lavoro alla Viscosa è stato considerato per molto tempo non solo una fonte di reddito “sicura” ma anche l’occasione per conquistare un’esistenza diversa da quella vissuta dai propri padri e delle proprie madri. Tra i lavoratori aleggiava anche un certo orgoglio per le competenze acquisite. In azienda esisteva tra l’altro, un “premio per l’inventiva”, riservato a chi era in grado di proporre miglioramenti ai macchinari. Come già riportato, l’essere un dipendente della Viscosa, molto spesso non si esauriva con il turno di lavoro. C’erano i colleghi, spesso anche vicini di casa, lo spaccio aziendale, le serate al dopolavoro passate a giocare a bocce, a carte ma non solo. C’erano spazi e socialità che a volte venivano messi a disposizione della città. Negli anni ‘60 si faceva musica, si ballava, qualche volta veniva ad esibirsi qualche nome famoso. È il caso di Nini Rosso, la cui foto qui pubblicata, fu autografata dopo un suo concerto proprio al dopolavoro della Viscosa. Gli stessi locali ospitarono per tre giorni, nella prima metà degli anni ‘80, il Festival del Sommerso, Kermesse della cultura underground reatina. Lo stesso quartiere di Madonna del Cuore ed in particolare la “Rotonda”, fu per anni il luogo prescelto per i festival dell’Unità, concerti ed happening molto particolari tra cui ricordiamo Thuna Tak Meneti del 1980.

Archivio privato di Egisto Fiori, Cartolina di Nino Rosso autografata

I dirigenti della Viscosa, tra l’altro, legarono lo stabilimento alla città grazie anche allo sport. La Supertessile fu il main sponsor del Football Club Rieti dalla sua fondazione nel 1936 fino al campionato 1942-1943 e successivamente, nella stagione 1971/72 la SNIA fu sponsor della AMG Sebastiani Basket Rieti, contribuendo non poco alla diffusione del basket in città.

Poi, per motivi che in questa occasione non ricorderemo, arrivò la crisi dello stabilimento e con questa le assemblee, i picchetti, i cortei. I lavoratori trovarono la possibilità di far sentire la loro voce anche tramite strumenti non tradizionali. I “ragazzi” di Radio Cantaro prima e poi di Radio Kampo Urbano, furono per anni presenti agli appuntamenti più importanti, realizzando preziose interviste andate purtroppo perdute nel tempo, diverse trasmissioni ma anche intervenendo direttamente in alcune assemblee di fabbrica. Tra gli slogan più longevi, coniati dal collettivo della radio, va ricordato l’ironico “Si fermano le macchine, si fermano i tramvai, gli operai della SNIA, non si fermeranno mai.”

In tanti incontri e qualche volta scontri, in tante trasmissioni, non si parlava però solo della crisi dello stabilimento, di CIG, di GEPI di piani di riconversione industriale ma anche del passato, di quello più recente e di quello più lontano. Se ne parlava con rabbia, con nostalgia, con comprensibile preoccupazione, mai con distacco. Le vicende della Viscosa, infatti, nel bene e nel male, s’intrecciano con quelle del Novecento reatino in maniera indissolubile e sono parte di una storia comune, fatta di grandi e piccoli fatti, diversamente vissuti ma parte di un affresco collettivo di cui, volenti o nolenti, siamo parte.

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