ESSERE OPERAIE ALLA VISCOSA: TRA AUTONOMIA ECONOMICA E PERDITA DELLA SALUTE

a cura di Maria Giacinta Balducci e Liana Ivagnes

La nascita della Supertessile a Rieti nel 1928 rappresentò la prima vera occasione di lavoro per le donne al di fuori dell’ambiente domestico o rurale. Tra la fine dell’Ottocento e gli Anni Venti le potenzialità lavorative delle donne si esprimevano soprattutto nell’artigianato o nei lavori domestici ed interessavano, in gran parte, le classi meno abbienti: spesso le ragazze che avevano necessità di lavorare venivano assunte come apprendiste nei laboratori di sartoria, dalle cosiddette “modiste” che confezionavano i cappelli allora tanto in voga o dalle ricamatrici. Le ragazze mettevano allora a frutto le attività apprese in casa, dalle proprie madri o dalle nonne per racimolare quel po’ di denaro che consentisse loro di non pesare sul bilancio familiare ma che difficilmente dava loro la possibilità di rendersi autonome dalla famiglia. Con l’arrivo di questa fabbrica, la sola nell’Italia centrale a produrre filato e fiocco artificiale, si estese a dismisura la possibilità, per le donne, di lavorare fuori casa e percepire una retribuzione che le rendesse autonome. A Rieti la costruzione dello stabilimento ebbe inizio nel 1924 e subito dopo si portò avanti il grande progetto di costruire un “villaggio industriale” nel quale trovassero posto abitazioni per le famiglie degli operai, due convitti, uno maschile e uno femminile per i lavoratori e le lavoratrici che non erano residenti in città e una serie di strutture per il dopolavoro. Tra le maestranze femminili, infatti, molte erano le giovani provenienti dall’area veneta, quali Belluno, Treviso, Rovigo, Padova. Le stesse ragazze che erano considerate dal popolo femminile reatino “poco di buono” solo per il fatto che si muovevano in bicicletta per raggiungere il posto di lavoro ed anche per il fatto che risiedendo lontano dall’occhio vigile della famiglia, avevano di fatto una vita più libera. Da alcune testimonianze di queste ragazze considerate “forestiere” apprendiamo che anche il loro abbigliamento disinvolto, maniche e gonne corte, era criticato. Sembra che le ragazze di Rieti ne fossero gelose temendo la concorrenza di queste giovani più appariscenti e libere.

Certamente questa nuova realtà lavorativa del mondo femminile, non ebbe sempre risvolti positivi. Da quanto ci è dato apprendere dallo studio dei fascicoli personali degli operai che lavoravano nella Snia di Rieti, e in particolare delle operaie che sono oggetto di esame per il nostro studio, focalizzando l’attenzione su alcuni temi particolari, si evince una realtà lavorativa molto dura, non solo per la tipologia dei reparti speciali, i pesanti turni di lavoro, la rigidità dei regolamenti interni, quanto per la tossicità e la scarsa salubrità dell’ambiente di lavoro.

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Troviamo infatti molte denunce di malattie professionali con richieste di indennizzo dei danni alla salute causati dal lavoro. Ad esempio, tra coloro che erano addetti ai lavaggi dove si trovavano le vasche aperte, uno dei reparti tra i più insalubri degli stabilimenti, in cui l’esposizione ai vapori di composti chimici era la causa principale di malattie professionali, poteva insorgere il solfocarbonismo che fra tutte era la più grave, con conseguenze cancerogene mortali.

Questi reparti, dove per lo più erano impiegati gli uomini, contaminavano comunque gli ambienti limitrofi, dove si trovavano anche le operaie.

Tanto per citare qualche caso, una signora di 33 anni, nata e domiciliata a Rieti, operaia nel reparto di aspatura, una delle prime operaie occupate nel giugno del 1925 nello stabilimento di Roma e poi trasferita a Rieti, venne licenziata nel giugno del 1932 in seguito ad una malattia agli occhi che, secondo il parere di un grande specialista in oculistica quale Benedetto Strampelli, figlio del famoso scienziato genetista Nazareno Strampelli, poteva essere insorta a seguito delle ripetute irritazioni a cui erano stati soggetti gli occhi per il continuato lavoro in ambienti saturi di vapori acidi e di polveri. In ogni caso, di fronte all’insorgere di malattie professionali la dirigenza della fabbrica proponeva il licenziamento previo indennizzo o l’assunzione di un familiare in luogo dell’operaio divenuto inabile al lavoro, pur senza riconoscere una responsabilità diretta.

Non solo ma al tempo le donne rimaste incinte venivano licenziate. Dall’esame dei fascicoli si evince che molte di esse quando erano nelle condizioni di tornare al lavoro venivano di nuovo riassunte. La condizione della donna in fabbrica in quegli anni era resa ancora più difficile dall’inesistenza delle leggi che prevedevano la tutela delle lavoratrici madri.

Quindi, se da una parte questa fabbrica contribuì a portare occupazione, risorse, sviluppo urbanistico e progresso economico in una città come Rieti, dove si viveva principalmente di agricoltura, dall’altra la presenza degli stabilimenti dalle prevalenti caratteristiche chimiche condizionò molto, in senso negativo, la salute pubblica.

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