Nascita di una passione

Roberto Lorenzetti, Sant'Elia, 1981
Roberto Lorenzetti, Sant’Elia, 1981

Il mio rapporto con la fotografia nasce nei primi anni settanta dentro una camera oscura, dove illuminato da una fioca luce rossa, incredulo ed impacciato tra bottiglie e alambicchi vari, vidi per al prima volta una immagine prendere forma dentro una bacinella colma di un liquido di colore tenuamente giallo. Non ricordo chi mi invitò ad assistere a quel rito che fin da subito assunse per me un alone di magia. Ricordo che costui prese il cartoncino, lo sciacquò e poi lo immerse in una seconda bacinella, che poi scoprì essere il fissaggio, un miscuglio di acido acetico, solfito di sodio e acido borico che più tardi imparai a preparare da solo per risparmiare soldi.

Dopo un po’ accese la luce e potetti ammirare la fotografia.

Un vero miracolo; in quel cartoncino che gocciolava emanando uno strano odore destinato a diventarmi famigliare, si era impressa l’immagine che prima avevo visto prendere lentamente forma nelle due bacinelle degli acidi, resa irreale dalla luce rossa.

Avevo allora 16-17 anni e non ebbi alcun dubbio; quel mondo magico sarebbe stato il mio mondo. Di esso volevo scoprire tutto; scrutarlo in ogni angolo, percorrerlo in tutti i suoi rivoli, anche se oggi dopo tanti anni, mi rendo conto di non averne percorso che qualche breve tratto. Corsi a casa ed aprii lo scomparto di un mobile dove i miei genitori conservavano gelosamente le macchine fotografiche con le quali fissavano i momenti salienti della nostra vita. Sapevo che c’erano, e la gelosia con cui venivano da sempre custodite mi faceva ritenere che si trattasse di strumenti importanti e preziosi, insomma i mezzi giusti per entrare a pieno titolo in quell’affascinante mondo.

In realtà si trattava di una delle prime Polaroid in bianco e nero che compiva il miracolo di darti subito la fotografia cha avevi appena scattato. Un vero mito di quei primi anni settanta, e un simbolo da utilizzare con orgoglio nei matrimoni, comunioni ed altre ricorrenze importanti di famiglia. La seconda era una Kodak instamatic a telemetro, di quelle dove si incastrava un quadrotto trasparente che girando garantiva 4 lampi di flash, e poi si gettava.

C’era poco da regolare: 1/40mo per la sincronizzazione, poi sole o ombra e nient’altro.

Nella mia mente scorrevano le immagini che avrei voluto realizzare, e dopo le inevitabili ingenuità iniziali accompagnate dalle conseguenti delusioni, arrivarono i primi modesti risultati. Passai mesi e mesi in camera oscura carpendo ogni giorno qualche segreto in più a questo mondo del quale ero ogni giorno più affascinato. Ben presto compresi che la piccola instamatic era fin troppo limitante, e che avevo oramai bisogno di una macchina più seria, magari un reflex, e fu così che misi mano dopo tanti anni all’unica cosa che ritenessi avesse valore tra quelle che possedevo e di cui potevo disporre; la mia vecchia raccolta di francobolli accumulata fin da bambino, e mi precipitai a venderla per 20.000 lire…

… La fotografia come strumento di denuncia sociale, e come mezzo per svegliare o generare, l’indignazione collettiva, era l’idea che mi convinceva di più … (continua nel file che segue, in allegato).

Appunti di viaggio, di Roberto Lorenzetti

 

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