IL MUSEO DELL’OLIO DELLA SABINA A CASTELNUOVO DI FARFA

di Alberto Amici

Scrivere del Museo dell’Olio di Castelnuovo di Farfa, un piccolo e affascinante paese in provincia di Rieti, a circa sessanta chilometri ad est di Roma, è difficile quanto raccontare una forte emozione. Se poi le emozioni sono numerose quante i momenti magici del percorso museale, il compito diventa improbo. Realizzato all’interno del cinquecentesco Palazzo Perelli, debitamente restaurato e già sede del municipio, il museo nasce dal progetto degli architetti Mao Benedetti e Sveva Di Martino alla fine degli anni Ottanta. La loro inedita e originale intuizione fu di raccontare la storia dell’olio d’oliva, dalla coltivazione della pianta fino alla spremitura del frutto, attraverso l’interpretazione di artisti della scultura contemporanea in un intreccio perfetto con gli spazi dell’antico maniero e le memorie e gli strumenti tradizionali di quell’arte arcaica.

Il viaggio dentro il ciclo dell’olio inizia fin dall’esterno del museo. L’artista sarda Maria Lai, scomparsa nel 2013, accoglie il visitatore con pensieri e riflessioni sul mistero dell’arte e dell’olio “graffitati” sopra la malta del muretto della rampa di accesso che, per la consistenza ruvida e il colore opaco, richiama la pasta fresca del macinato. Superata la soglia, ornata dal logo in ceramica del museo: un’oliva dal nocciolo d’oro, è ancora Maria Lai a ricevere l’ospite con tre istallazioni in sequenza. La prima è L’albero del Poeta, in legno di ulivo. Sulle lamelle che ne compongono la chioma, l’artista racconta l’antica leggenda del vecchissimo albero che rimasto solo volle ripopolare la terra con le piante e con i poeti. Le altre due emergono da spazi quasi completamente al buio. L’una che attraverso le parole riferite a questa pianta lega l’arte all’olivo, l’altra, metafora della vita rappresentata da un “filo d’olio” realizzato in rame, che rivela il percorso turbinoso verso il “nocciolo” primario dell’esistenza.

Un’esplosione di luce accoglie il viandante nello spazio successivo. In una vasta sala, sopra una superficie di sabbia granulosa, attraversabile, giacciono le componenti in bronzo, che si possono toccare, mai assemblate dell’ulivo immaginato dall’autore Alik Cavaliere. Lo scultore non potette completare l’opera perché venne a mancare improvvisamente prima dell’assembramento definitivo della scultura che per questa ragione venne chiamata dai curatori del museo Frammenti di fonderia di un’opera incompiuta. L’intuizione di lasciare le componenti sparse così come ritrovate nell’atelier dell’artista testimonia, con drammatica efficacia, la caducità della vita umana in contrapposizione all’eternità dell’arte. Subito dopo si scende, letteralmente, nell’atmosfera incantata di un’antica grotta del palazzo dove lo scultore ed architetto giapponese Hidetoshi Nagasawa ha allestito il suo Ulivo viaggiante. In una dimensione rovesciata della realtà che si specchia in un cielo brillante di stelle mobili, l’artista ribadisce nell’incanto di un allestimento articolato quanto semplice, l’eterno messaggio di pace e fratellanza che l’ulivo rappresenta. La salita al secondo piano su un’ampia scalinata a spirale offre, attraverso teche predisposte lungo le pareti, un’ampia rassegna degli strumenti manuali inventati, nell’arco del tempo, per la cura della pianta, la coltivazione del frutto e la produzione dell’olio. L’osservatore è colpito dalla semplicità e, talvolta, dalla modestia degli strumenti preposti; al tempo stesso non può non ammirarne la funzionalità tanto da renderli tuttora indispensabili. La successiva rassegna di antichi torchi, dapprima in legno quindi in metallo, raccontano in una rapida escursione l’evoluzione tecnologica, dal XVI al XX secolo, dei mezzi meccanici inventati dall’uomo per la frangitura del frutto.

A questo punto il viaggio attraverso il ciclo dell’olio sarebbe già compiuto con soddisfazione, ma il museo di Castelnuovo di Farfa non ha ancora esaurito le sue sorprese. Si viene accolti, infatti, dalla fantascientifica Oleophona. Realizzata dal designer e musicista Gianandrea Cazzola, quest’opera ha la sorprendente caratteristica di unire alla visione il suo ascolto.

In due emozionanti istallazioni frutto del mirabile connubio fra la tecnologia informatica più moderna, il semplice gocciolare dell’olio in antichi orci e lo “sfregamento” di un antico tronco, l’artista scuote l’animo del visitatore attraverso il “suono” arcano dell’olio e il “canto” ancestrale dell’ulivo. Un suono e un canto sempre inediti ed originali che regalano un’esperienza esclusiva, profonda, i confini della quale sono delimitati soltanto dalla sensibilità individuale.

Segue, quasi a decantare dolcemente le forti emozioni precedenti, la sezione documentaria attraverso la Sala della Memoria dove vengono proiettate immagini di vita popolare e diffusi canti della tradizione contadina locale. Infine si entra in un antico frantoio a trazione animale del XVIII secolo, perfettamente conservato. La sua austera bellezza aiuta il visitatore a placare l’animo turbato dalle tante emozioni provate e a consolidare definitivamente, nel ricordo, un’avventura indimenticabile.

Si è scelto di corredare l’articolo con foto di Castelnuovo di Farfa, del Museo dell’Olio della Sabina, del Forno comune e della Chiesa di San Donato che si trovano nel suo stesso territorio. Le foto sono di Piero Luperto mentre le illustrazioni di Jacopo Romani. 

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