IL MULINO DEL CANTARO: L’ACQUA RACCONTA

a cura di Egisto Fiori 

L’acqua è una delle ricchezze del territorio reatino e molti sono i corsi che attraversandolo, alimentavano mulini e frantoi. Nel capoluogo sabino, oltre al Velino, scorreva anche il rio Càntaro che, almeno dal XV secolo, fu una delle principali riserve di acqua potabile. A questo proposito, è utile ricordare che lo Statuto di Rieti impose la costruzione di “Unus Pulcher De Acqua Cantari” al centro della piazza del Leone, attualmente piazza Oberdan, e vista l’importanza del corso d’acqua, per salvaguardarne l’integrità, fu addirittura nominato un apposito commissario. Furono costruite numerose cisterne e si misero in atto diversi provvedimenti perché l’acqua del Cantaro si mantenesse “pura et nicta”. L’illustre architetto Carlo Maderno, utilizzando l’acqua della “Bollica”, realizzò una condotta che seguendo l’asse di Via Garibaldi, riuscì a superare il dislivello e a condurre l’acqua nella piazza municipale, permettendo così la collocazione della fontana del comune, realizzata in dimensioni più ridotte e con una struttura diversa rispetto a quella attuale. L’inaugurazione della fontana risale al 1613 e per l’occasione si organizzò una grande festa cittadina. In definitiva, l’acqua del Cantaro era considerata in passato, la principale risorsa idrica della città ma veniva impiegata, trasformata in energia idraulica, anche per il funzionamento di numerosi mulini sia esterni a Rieti che presenti lungo l’asse dell’attuale Via Garibaldi.

Oggi il Cantaro è in gran parte sommerso, fatto attribuibile anche ai piani di espansione urbanistica della città, realizzati soprattutto negli scorsi decenni. E’ una perdita irrimediabile che riguarda non solo una risorsa idrica ma anche la memoria di una città che sulle sponde del Cantaro, svolgeva numerose attività sia di natura commerciale che di sussistenza, come ad esempio la coltivazione di orti o lo svolgimento di lavori domestici. A testimonianza di questo legame con la città, si ricorda che fino ai primi anni ’80, durante l’epopea delle libere frequenze, trasmetteva a Rieti, “Radio Cantaro”, emittente locale che non casualmente, riservava una particolare attenzione alla “cultura popolare” e alla storia e alle tradizioni del territorio. Attualmente, al limite nord-orientale di Rieti, in corrispondenza della sorgente, è ancora in funzione il Molino del Cantaro in cui, secondo i più rigorosi princìpi dell’agricoltura biologica, il grano viene, come una volta, macinato a pietra. La struttura originaria risale al secolo XI, come testimoniato da diverse pergamene dell’archivio capitolare del capoluogo sabino, ed è stata successivamente inglobata in una villa settecentesca. L’intero complesso è stato rilevato nel 1915, dalla famiglia Mari, originaria del Cicolano. Durante la nostra visita, siamo stati accolti da Domenico Mari e Maria Borriello, vere e proprie miniere viventi di esperienza, di informazioni e soprattutto di passione per un lavoro complesso che vede la sua origine all’interno dell’azienda agraria. Questa si estende, per circa 60 ettari, nello stupendo scenario della Piana di Rieti. Il Molino del Cantaro rappresenta una ricchezza preziosa della filiera biologica e non sono poche le iniziative intraprese dai gestori per avvicinare anche le persone più comuni, ad un mondo in cui la saggezza antica si può coniugare alle più moderne ricerche ed esigenze alimentari e produttive. Grazie all’intraprendenza di Domenico Mari, che ha saputo nel tempo trasformare l’azienda di famiglia, il nostro territorio si è arricchito di una esperienza imprenditoriale in grado di valorizzare parte della storia della produzione cerealicola locale, conosciuta sin dall’antichità. Dall’inizio del secolo scorso e fino agli anni ’40, Rieti è stata la sede di una delle pagine maggiormente significative della granicoltura mondiale e non è un caso che tra i prodotti macinati, troviamo anche il grano “Rieti 1”, strettamente legato al lavoro di ricerca di Nazzareno Strampelli, personaggio di caratura internazionale la cui storia professionale ed umana è fortemente intrecciata, come è noto, al capoluogo sabino e al suo territorio. Maria Borriello si è brevemente soffermata sulla produzione dell’azienda ma anche sulla promozione che questa ha messo in atto, alla riscoperta di antichi sapori e tradizioni.

Dalla macinazione del grano tenero Rieti 1, l’azienda ricava farina di tipo 1 ed integrale ma produce anche farina di granturco, di farro ed altri prodotti. Affidiamo alle riprese audio-visive, più che alle nostre parole, il compito di riassumere il contenuto dell’intervento di Maria, sintetico quanto efficace, da cui si può evincere il solido background culturale e professionale alla base dell’attività del Molino del Cantaro. Domenico Mari, grazie al lavoro di ricerca in vari archivi e con diversi sopralluoghi presso gli antichi mulini della provincia, ha provveduto personalmente al restauro della struttura lignea del vecchio mulino, presumibilmente risalente all’epoca rinascimentale. Durante la paziente operazione di restauro, durata circa tre anni, sono state utilizzate diverse tipologie di legname rispettando il progetto originario e le diverse funzionalità del processo di macinazione. Il restauro ha anche interessato la pavimentazione del locale, i portoni, ed altri elementi di “Villa Mari” il cui ingresso principale è sovrastato da una citazione dantesca che ricorda l’inevitabile scorrere del tempo. Anche in questa occasione, si consiglia la visione del filmato in cui vengono illustrati i processi di macinatura ma anche i vari macchinari presenti nella struttura, alcuni dei quali, risalenti agli anni ’30, sono parte importante della storia industriale italiana. Le acque del rio Cantaro, prima di giungere alla villa, scorrono in due diversi canali. Uno alimenta il mulino, l’altro, le macine di un frantoio attivo fino alla seconda metà del secolo scorso e in cui Domenico Mari, insieme ai suoi familiari, ha lavorato sin da bambino. Tra i due canali, quasi nascosto tra la vegetazione, spunta un grazioso gazebo al cui interno, è collocato un tavolo di pietra ricavato da una vecchia macina ottocentesca in disuso. Non è l’unica sorpresa. Da questa posizione infatti, si può godere della vista di un lato della villa e del suo rispecchiarsi nelle acque chiare e placide del Cantaro.

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