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Questo è il primo gruppo di storie del pcto “L’Officina di Didattica Luce in Sabina”. Abbiamo immaginato le narrazioni degli adolescenti coinvolti nel pcto come famiglie che vanno ad abitare nello stesso posto e formano una comunità. Ogni casa ha per fondamenta le fonti familiari raccolte (foto e memorie orali) dalle ragazze e dai ragazzi di Rieti e della sua provincia. Le pareti, il tetto, l’arredamento e tutto il resto sono nelle mani degli stessi giovani, nel loro instaurare possibili relazioni con il presente.

Per iniziare il nostro girovagare in questa prima comunità di storie abbiamo scelto l’immagine di Porta D’Arci, una delle porte nella cinta muraria medievale attraverso cui è possibile entrare nel capoluogo sabino.

Vittoria Fornari restituisce in una sintesi visiva e testuale la determinazione delle sue due bisnonne, ormai scomparse, spostandosi tra Borgo San Pietro e Firenze. Maria Elena Faraglia invece dà la parola alla falegnameria del nonno a Lisciano in cui si sono formati molti artigiani del legno. Jacopo e Flaviano Capasso, insieme ad alcuni compagni di classe, si affidano ad un proiettore per scoprire la gioventù del nonno, prima proiezionista e poi componente della band reatina “I Sabini”. Samuele Ziantoni, anche lui con una scrittura di gruppo, trae dai ricordi del padre un racconto sulla cava di travertino a Poggio Moiano.

Immagine di copertina: Archivio di Stato di Rieti, Archivio Fotografico Bernardinetti, Rieti, Porta D’Arci, 1910. Illustrazione di Jacopo Romani.

Sono nata in un casale a Campolano, vicino Fiumata, insieme a sette fratelli. Non andai mai a scuola per l’impossibilità pratica, per questioni economiche e per il fatto che noi donne della famiglia non dovevamo istruirci. Lo giustificavano ironicamente, affermando che non dovevamo leggere le lettere d’amore che ci venivano mandate. Mio padre morì mentre cercava di salvare un ragazzo che stava annegando nel lago. Dopo essermi sposata ed aver avuto cinque figli, per poter aiutare la famiglia, decisi di prendere la licenza per pescare. Sono stata forse una delle prime pescatrici riconosciute del lago del Salto. Così iniziai a pescare a rete nel lago insieme a mio marito e ad altre persone della cooperativa di pesca alla quale mi ero unita. Poi il pescato lo andavamo a vendere nei paesini intorno al lago.

Brigida Di Giovanni

Nel 1929 avevo poco più di vent’anni e lavoravo nel negozio, al centro di Firenze, di mio padre che faceva il coiffeur. Un giorno mi chiese di tagliare i capelli alla garçonne, che era il taglio di punta del negozio e alla moda in quel momento. Il mio ragazzo non si mostrò entusiasta e mi disse che se avessi tagliato i capelli, mi avrebbe lasciato. Non ci ho pensato due volte. Gli risposi a tono “La dignità di una donna non sta nella lunghezza dei capelli!”, lasciandolo io per prima. In quel periodo le donne erano molto dipendenti dagli uomini, ma io con il mio carattere forte e deciso rompevo questo stereotipo. Anche dopo aver lavorato come parrucchiera intrapresi la carriera di agente immobiliare, cosa un po’ insolita per una donna all’epoca.

Clara Cavallini

Il parruchiere si trovava a Firenze, in viale Don Giovanni Minzoni. Il negozio, aperto dai genitori di Clara Cavallini, tagliava capelli sia per uomini che donne. Il taglio alla garçonne, venne pubblicizzato anche da Clara, dopo che il padre la indusse a tagliarseli in quel modo affinché le clienti potessero vederlo dal vivo. Divenne il cavallo di battaglia dei Cavallini, tanto da segnarlarlo sulla vetrina d’accesso vicino alle “ondulazioni” e alla “lavatura della testa”. Clara aprì poi un’attività autonoma. Suo padre proseguì ancora per molti anni. Non si hanno informazioni su chi abbia ereditato o comprato il negozio. Fino agli anni Novanta l’insegna era ancora lì.

Narrazioni di Vittoria Fornari (IIS “Elena Principessa di Napoli” – Liceo artistico)

Correva l’anno 1972 ed ero in costruzione a Lisciano, paese alle pendici del Terminillo. Il mio proprietario è stato il primo falegname del paese. Aveva già un’esperienza decennale, avendo imparato il mestiere nell’antica falegnameria Senesi, situata nel cuore di Rieti, vicino Porta Conca. All’epoca non c’erano molti macchinari, il lavoro si svolgeva quasi totalmente a mano e, non essendoci ancora la corrente trifase per far girare le prime macchine utensili, si usava un motore a scoppio. Dopo un po’ di tempo le commissioni di porte e finestre aumentarono. Ezio assunse come apprendista un ragazzo di nome Gigi, successivamente un altro e poi nel giro di qualche anno si avvicendarono decine di apprendisti che diventarono tutti falegnami. Per questo Lisciano si può considerare “il paese dei falegnami”, dato che ha visto nascere circa una ventina di artigiani. Ad un certo punto venne un bambino ad aiutare Ezio e dopo qualche anno un altro bambino, ci misi un po’ di tempo a capire chi fossero e cosa volessero… Alla fine ho scoperto che erano i figli di Ezio che volevano imparare il mestiere di famiglia. Il primo bambino, Enrico, era molto volenteroso e in particolare mi ricordo che aiutava il padre a reggere le tavole, poggiandole sulla sua testa per tagliarle con la sega a nastro. Sono rimasto aperto per altri venti anni prima di essere mandato in pensione.

Il laboratorio artigianale di Ezio Faraglia

Narrazione di Maria Elena Faraglia (IIS “Elena Principessa di Napoli” – Liceo linguistico)

Mi trovo in una delle sale del famoso cinema reatino “Il Pidocchietto”. Ogni giorno ho la possibilità di vedere un mucchio di persone: soldati o ufficiali, gruppi di amici, coppiette, ecc. Nel corso della mia vita ho proiettato molti film, tra i quali grandi pellicole come “Cleopatra” o “Ben Hur”. Ad aiutarmi durante la proiezione c’era Walter Capasso, navigato proiezionista, che aveva lavorato presso molti dei più conosciuti cinema reatini, fra cui “Il Moderno”, “Il Battistini” ed “Il Modernetta”. Bisogna ammettere, tuttavia, che Walter era poco pratico agli inizi. Infatti, quando fece l’esame per prendere il brevetto diede quasi fuoco alla pellicola, ma con il tempo ci prese la mano e fortunatamente non mi accadde più nulla. Certo, è anche vero che il mio funzionamento non era dei più facili ed intuitivi da comprendere per chi era alle prime armi: difatti, ero composto di due bobine, una di partenza e una che si attivava quando terminava la prima. Ed il cambio della bobina doveva essere fatto con rapidità, ma anche minuziosamente. Purtroppo, però, l’avventura con Walter non durò per sempre. Si concluse nel 1966, quando decise che il mondo della cinematografia non gli apparteneva più; al contrario, la sua passione per la musica continuava a fiorire. Ebbene sì, perché anche dopo che Walter lasciò “Il Pidocchietto” continuai a sentir parlare di lui; col tempo, infatti, venni a conoscenza della sua “nuova” popolarità. Aveva fondato, con un gruppo di amici, un complesso musicale chiamato “I Sabini”, che si esibiva al Club 66, un locale trovato da Walter e sistemato. Pian piano, il gruppo iniziò a riscuotere molto successo, talmente tanto che la loro popolarità si estese oltre la nostra città. Infatti, fra le tante persone che conobbero, ebbero l’occasione di conoscere ed ospitare nel loro locale un altro complesso musicale, di origine inglese, i “Rokes”, molto famosi a quel tempo. Ma non solo: infatti, I Sabini si esibirono anche con alcuni componenti dei “Nomadi” ed ebbero la fortuna di giocare una partita al calciobalilla con uno di loro: Augusto Daolio. Insomma, Walter era felice, ed anch’io con lui, seppure a distanza… Oggi ho smesso di funzionare perché il “Il Pidocchietto” non c’è più.

Il proiettore de “Il Pidochietto”, ex collega di Walter Capasso

Il gruppo musicale “I Sabini” nasce a Rieti negli anni Sessanta quando, sull’onda della stagione Beat, molti scantinati del centro storico vengono sistemati da molti adolescenti e trasformati in locali dove suonare, ballare e avere i primi approcci sentimentali. Quello de “I Sabini”, il Club 66, sorgeva in via del Seminario ed era quello più frequentato. Tra i componenti del gruppo troviamo i fondatori, i fratelli Mauro e Franco Cipitelli, rispettivamente alla chitarra e alla batteria, Walter Capasso al basso e Roberto Lucandri come cantante. Hanno partecipato alla prima edizione del Festival dei Complessi al teatro Flavio Vespasiano nel 1966, gareggiando in accoppiata con i già famosi “New Dada” e vincendo nella sezione gruppi emergenti. Da qui andranno a suonare un po’ ovunque in Italia, anche al Piper di Roma, vero e proprio tempio musicale del nuovo.

Narrazione di Flaviano e Jacopo Capasso, Samuele Castellani, Matteo Coronetta, Andrea D’Amico (IIS “Celestino Rosatelli” – Liceo scientifico opzione Scienze applicate)

La Cava di Poggio Moiano

Come al solito ero andato con dei miei amici a cercare funghi. Un forte boato mi fece interrompere la ricerca. Vidi in lontananza alcuni operai. Mi avvicinai e, spinto dalla curiosità di conoscere la provenienza del rumore, decisi di andargli a parlare.

Che cos’è questo boato? – dissi.

Uno di loro mi rispose che quel fortissimo rumore veniva dall’esplosione della dinamite utilizzata per rompere il travertino. Ero sbalordito dalla grandezza della cava e dalle enormi macchine presenti.

– È pericoloso lavorare qui?

L’operaio più giovane si fece avanti.

– Sì, non è un posto adatto ai bambini. Cosa ci fai tu qui?

– Dopo l’esplosione cosa succede al travertino? – chiesi, ignorando la sua domanda.

– Vedo che sei curioso! – disse sorridendo – Dopo la rottura viene trasformato in blocchi e trasportato nella segheria.

– Quella laggiù? – puntai il dito verso un edificio dal quale sentivo provenire dei suoni assordanti.

– Esatto, lì è dove il travertino viene tagliato attraverso una sega e con l’aiuto dell’acqua riusciamo a lavorare senza polveri.

– Chissà perché le polveri… – bisbigliai, quasi senza accorgermene.

– Ti stai chiedendo il perché le polveri siano un problema? Beh, perché possono portare ad una brutta malattia che dà problemi ai polmoni.

– Ah…

Il mio desiderio di sapere di più scalpitava.

– E dopo averlo tagliato, cosa fate?

– Con l’aiuto dei muletti e delle gru lo trasportiamo al laboratorio, lo levighiamo e aggiungiamo lo stucco per migliorare la lastra; poi lo portiamo all’esterno in modo da farlo asciugare al sole, lo lucidiamo e infine lo lavoriamo in due modi grazie alla smerigliatrice: liscio oppure arrotondato.

– Vorrei tanto vedere quello che succede lì dentro, anche se credo che nessuno possa entrarci oltre a chi ci lavora – pensai tra me e me. E continuai a fare domande come un fiume in piena.

– E poi dove viene portato tutto quel travertino che avete lavorato?

– Vedi questo camion dietro di me? Con questo portiamo il travertino in tutto il Lazio.

– Wowww! – esclamai.

– Adesso allontanati però. Devo tornare a lavorare e qui è pericoloso – mi disse il giovane operaio, sorridendo.

– Buon lavoro!

Tornai dai miei amici che intanto mi stavano cercando nel bosco.

Nello Ziantoni abitava nell’ultima casa del paese di Poggio Moiano, nel quartiere di San Rocco. Il suo balcone dava sulla cava di travertino, aperta dal secondo dopoguerra, che si trovava dal lato opposto della valle. Quando era piccolo e sentiva le esplosioni, correva ad affacciarsi per guardare i pezzi di travertino di varie dimensioni, che venivano lanciati giù fino ad arrivare a valle. In fondo c’era un prato con un sasso enorme che nascondeva al di sotto la tana di una volpe. Nella cava c’erano vecchi impianti formati da fili d’acciaio usati per spostare forse i blocchi di marmo e dicevano ai bambini di passarci alla larga. Spesso Nello all’età di undici anni saliva con i suoi amici in una zona sopra la cava in cerca di funghi. A volte tornavano a casa che era già buio.

Narrazione di Samuele Ziantoni, Lorenzo Quercia, Giorgia Villani (IIS “Celestino Rosatelli” – Liceo scientifico opzione Scienze applicate)