TRASGRESSIONE E TRADIZIONE NEL CARNEVALE DI POGGIO MIRTETO

di Roberto Lorenzetti

Nel 1598 il padre barnabita Carlo Bascapè pubblicò un opera dal titolo Avviso a certi curati contra uno abuso del principio della Quaresima, nella quale si scagliava contro l’uso da parte delle classi popolari di protrarre il Carnevale in tempo di Quaresima. Queste usanze erano considerate da Bascapè come «opre del demonio et hanno del pagano» e non potevano essere tollerate in tempo di Quaresima «del tutto contrario a sì fatte dissoluzioni, e da spendere in opre di modestia, divozione e penitenza». Quella di Bascapè è una delle tante testimonianze letterarie riferibili alla lunga lotta del potere civile e religioso contro il Carnevale alle quali si aggiunsero fino al XIX secolo, le notificazioni, i bandi ed in genere divieti soprattutto del governo pontificio.

A Poggio Mirteto il Carnevale si è sempre continuato a festeggiare in aperta Quaresima e la singolarità sta nel fatto che il tutto è avvenuto, almeno dopo l’unificazione nazionale, nel pieno rispetto delle regole.

Al di là del fatto che le prime attestazioni documentarie del Carnevale di questo centro sabino risalgono al XVI secolo, occorre risalire al 1861 per rintracciare le radici di questa tradizione. In quell’anno la Sabina era stata annessa al Regno d’Italia ma da tale processo Poggio Mirteto era rimasta esclusa, restando sotto il dominio papale. Il 24 gennaio 1861 nel centro sabino scoppiò una vera e propria insurrezione contro le autorità pontificie locali, che produsse la propria liberazione dal potere temporale dei papi e l’immissione nel nuovo stato italiano. Pur non trovandosi precisi riscontri documentari, la tradizione vuole che proprio da questo fatto nacque il Carnevale liberato di Poggio Mirteto. Si racconta che il commissario straordinario dell’Umbria, il conte Gioacchino Napolene Pepoli, si recò a prendere possesso di questo nuovo territorio e in segno di riconoscenza per quell’azione autonoma degli abitanti, assicurò il suo impegno affinché fosse fatta una variante al progetto di ferrovia Pio Centrale per il tratto Roma-Orte che venne poi inaugurata nel 1865, in modo da farla passare quanto più vicino a Poggio Mirteto. Si racconta che i poggiani, probabilmente nel clima di euforia di quell’azione che avevano compiuta e con l’intenzione di rifarsi, almeno simbolicamente, di quanto avevano subito nel periodo del dominio temporale della chiesa, preferirono a questo premio quello dell’autorizzazione di poter festeggiare il Carnevale nella prima domenica di Quaresima.

Un aggancio per ammorbidire questa presenza dissacratoria gli abitanti di Poggio Mirteto la rintracciarono nel rito ambrosiano. Infatti in base alle imposizioni ecclesiastiche la collocazione cronologica del Carnevale nel calendario liturgico cade nel periodo compreso tra l’Epifania e le Ceneri, mentre nel calendario ambrosiano, iniziando la Quaresima nella quadrigesima, questo può terminare con una settimana di ritardo. Pur tuttavia va rilevato che questa scappatoia adottata dai poggiani, fu un semplice pretesto in quanto il maggior periodo concesso dal calendario ambrosiano termina esattamente il sabato precedente alla prima domenica di Quaresima, mentre essi organizzarono il loro Carnevale nella prima domenica, quindi in un periodo in ogni caso vietato.

Archivio privato Roberto Lorenzetti, Poggio Mirteto, Carnevale Liberato, 1913
Archivio privato Roberto Lorenzetti, Poggio Mirteto, Carnevale Liberato, 1913

Nacque così il Carnevale Liberato di Poggio Mirteto che fin dall’inizio si caratterizzo per il suo carattere trasgressivo e satirico. La moda femminile, i personaggi politici locali e nazionali, i fatti del paese divennero i temi sui quali costruire maschere e immagini di cartapesta da far girare lungo le strade del paese in un clima fortemente dissacratorio. Tuttavia il Carnevale Liberato non modificò gli aspetti più arcaici propri di questo momento calendariale, e cosi l’ironizzare sul presente, si mescolò, ad esempio, al tradizionale bruciamento di un fantoccio rappresentante San Carnevale come atto arcaico di purificazione e liberazione. Quando negli anni Settanta del Novecento è stata ripresa questa tradizione, il rito del bruciamento del Carnevale è stato sostituito con quello del ballo della cosiddetta “pantasima”, un fantoccio danzante che in realtà appartiene a tutt’altra tradizione assolutamente slegata dal Carnevale e connessa invece con le feste patronali di mezz’agosto dell’area sabino-abruzzese. Infatti il Carnevale coincide con il risveglio della natura tanto da essere considerato nel medioevo il vero inizio del nuovo anno. È quindi un momento di passaggio fondamentale del ciclo agrario contadino all’interno del quale tutto ciò che è vecchio viene considerato negativo e quindi eliminato con l’ausilio purificatore del fuoco.

Solo eventi eccezionali quali l’infausto esito della campagna garibaldina del 1867 a Mentana nella quale morirono numerosi abitanti del paese, il lutto nazionale per la disfatta di Adua nel 1896 e lo scoppio della prima guerra mondiale furono gli elementi che frenarono l’organizzazione di questa manifestazione che restò ininterrottamente in vita fino al 1926, anno in cui in omaggio ai patti lateranensi il Carnevale poggiano venne ricondotto all’interno dei tempi tradizionali di questo periodo la cui conclusione è quella del giorno precedente alla ceneri. Tuttavia gli abitanti di Poggio Mirteto non gradirono affatto questa imposizione e il risultato fu un progressivo degrado della manifestazione fortemente condizionata anche dal clima di controllo proprio del regime fascista.

Nel dopoguerra si assiste ad una forte ripresa della manifestazione che in pochi anni diventa una delle più accreditate dell’Italia Centrale per la bellezza dei carri allestiti in base ad una tradizione artigiana decisamente solida.

Si cambia nome alla manifestazione ma, malgrado il buon livello tecnico di quanto viene presentato, essa ne risulta impoverita, defraudata dello spirito satirico e dissacratorio al quale deve la sua origine.

Negli anni Settanta del Novecento c’è chi ha pensato a far rinascere l’antico Carnevale Liberato e il paese si divide tra chi ormai vuol mantenere in vita una manifestazione allineata agli schemi, con pesanti connotazioni folcloristiche alle quali è possibile al massimo affidare il compito di un qualche ritorno turistico, e chi invece è tornato ad organizzare il Carnevale in tempo di Quaresima.

Il risultato è che a Poggio Mirteto si organizzano due diversi carnevali, quello più omologato, nato in seguito ai patti lateranensi nel 1926 e l’originario Carnevale Liberato, che è tornato a manifestarsi con forti componenti dissacratorie.

Ogni anno il paese torna a dividersi, a criticare e a scandalizzarsi e chi partecipa al primo non lo fa per il secondo. Forse entrambi i carnevali di Poggio Mirteto sono rilevanti tradizioni che meritano di essere sottolineate, ma il dato antropologicamente più significativo è di certo la loro attuale coesistenza all’interno della stessa comunità, e le valenze politiche e sociali che questo fatto inevitabilmente implica.

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