RENATO BUCCIONI, BRENNO PADOVINI, ANTONIO DE SANTIS: IL CARNEVALE A RIETI NEL NOVECENTO

di Andrea Scappa

Negli ultimi anni, nella città di Rieti, il Re Carnevale, per varie ragioni, ha perso il suo trono di cartapesta, stelle filanti e scherzi. Se ne sta lì, abbandonato e incompreso, in attesa che qualcuno si giri a guardarlo, torni a riconoscere il suo valore e se lo carichi sulle spalle per tornare trionfante nelle strade cittadine. Il suo regno folle e inafferrabile nel corso del Novecento, lo ritroviamo nella memoria orale dei reatini Brenno Padovini, Renato Buccioni, Antonio De Santis. I loro ricordi si presentano come polaroid sfuse, a volte sfocate o mai pienamente sviluppate, in cui il personale si attorciglia con il collettivo, e attraverso di esse non si intende fare una cronistoria del Carnevale reatino, ma riacciuffare un po’ della sua magia e magari usarla per il futuro. Buccioni e Padovini, il primo del 1937 e il secondo del 1932, ci riportano al corteo mascherato e ai veglioni che hanno luogo negli anni Cinquanta, e soprattutto Sessanta. Mentre De Santis è protagonista dell’ultima stagione del Carnevale, quella che inizia nel 1996, per trovare poi una forma più strutturata con la nascita dell’Associazione Carristi nel Carnevale del Centro d’Italia dal 2005 fino a oggi.

 

Conversiamo con Renato Buccioni in uno spazio, che oggi è la sede del Comitato della Festa del Sole, di cui è il patron, ma negli anni Sessanta ha visto la realizzazione di carri allegorici. Ma il suo primo carro non lo costruisce qui, ma nella bottega di un tappezziere. È il 1960, Buccioni, appena congedato dal servizio militare, ritorna a Rieti e viene coinvolto dal rione di Porta Romana nella costruzione di un carro. Gli abitanti del quartiere hanno ancora in mente i presepi che creava in breve tempo e con materiali di scarto in alcune chiese e case di privati, nonché i suoi disegni di animali e i ritratti dei cittadini improvvisati sul bancone e su tutte le pareti del negozio di abbigliamento in cui lavora da giovane. Così Buccioni, autodidatta dell’arte, si sperimenta in questa nuova impresa e per la sfilata del Carnevale 1960 inventa un carro con due fantocci che riproducono Domenico Modugno inginocchiato davanti a Renato Rascel con la corona, vincitore con il brano Romantica nel Sanremo di quell’anno. Buccioni, nelle vesti di allestitore di carri, dal 1960 al 1968, con vari temi, tra cui il mare, la Spagna, il film di Luchino Visconti Rocco e i suoi fratelli, prenderà parte al corteo che in quegli anni si snoda da piazza Vittorio Emanuele fino a Piazza Mazzini, passando per le strade del centro storico. Buccioni ricorda il lancio di oggetti sulla sfilata dalle finestre di via Terenzio Varrone, di acqua e poi di farina e di borotalco tra le persone a piedi, delle castagnole fritte nel peperoncino e di caramelle sparate con la fionda dai carri.

 

 

Il clima goliardico, come sottolinea Brenno Padovini che ci accoglie nella sua casa, si respira a Rieti durante tutto l’anno. Il Carnevale diventa dunque un pretesto per giustificare e aumentare il livello delle burle. Padovini insieme al padre Nando, elettricista, fa parte del Comitato del Carnevale Reatino dagli inizio degli anni Sessanta per poco meno di un decennio. Del Comitato è presidente Libero Rossi, il Re Carnevale, detto Lu roscio per via del colore dei suo capelli, noleggiatore di autoveicoli, e tra i suoi componenti ci sono Giuseppe Galassetti e Mario Celleno, proprietario di un noto bar in città. Il Carnevale, che il Comitato organizza dal 1961 prevede la Sagra della castagnola, in mano al Panificio Fiorentini, la sfilata di carri allegorici per le vie della città, e al Teatro Flavio Vespasiano la Mascherina d’oro, concorso per bambini in costume, e numerosi veglioni. Padovini racconta che per i veglioni si ballava in contemporanea sul palcoscenico, nella platea da cui venivano tolte le poltrone, e perfino nel foyer. Il gruppo che suonava era posizionato nella buca dell’orchestra. Tutti i palchetti vengono decorati con festoni da lui e suo padre, una tradizione ormai poiché negli anni Cinquanta dietro al Palazzo del Comune per il Carnevale si adoperava insieme al genitore per montare decorazioni e luminarie.

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