I PREVENTORI DI FARA IN SABINA: DA STAZIONI CLIMATICHE A CANDIDATI “LUOGHI DEL CUORE FAI”

di Patrizia Cacciani

È conservato nel patrimonio audiovisivo dell’Archivio Storico Luce un mediometraggio muto, b/n, della durata di quindici minuti dal titolo La Croce Rossa Italiana nelle opere di pace. Datato tra il 1924 ed il 1931, il periodo del cinema muto in cui l’Istituto Nazionale LUCE avvia e costruisce la sua produzione cinematografica a vocazione didattica ed istruttiva.

Vi sarete sorpresi nel vedere questo filmato, che non è il documentario storico. Questo è il filmato pubblicato sul canale YouTube di Clickinweb che ci racconta lo stato attuale di questo luogo bellissimo per cui la comunità cittadina, e non solo, chiede il recupero, il restauro, la valorizzazione con la candidatura a luogo del cuore Fai.

Facciamo qualche passo indietro.

Andrò a passo veloce in questa prima parte, rimandandovi al libro, conservato presso la biblioteca dell’Archivio storico Luce, Un grande futuro dietro le spalle. Breve storia di Fara in Sabina e dei preventori della C.R.I. di Alberto Amici, cittadino farense appassionato di storia locale e ricercatore curioso in archivi e biblioteche della Sabina.

Fara in Sabina si trova nella Sabina romana. Dolci colline digradano verso il fiume Tevere, ricche di uliveti, con l’aria fresca che arriva dal mar Tirreno. Qui si produce un olio particolarmente rinomato. La cittadina si erge sul colle Buzio e di fronte ne ha due simili, colle San Francesco e colle San Fiano, dove nel Medioevo risiedevano due chiese, un convento ed un castello: chiesa di San Biagio con il convento francescano, chiesa di San Fiano con castello annesso. Il nuovo Stato italiano, tra il 1866 ed il 1867, emana alcune leggi sui beni ecclesiastici, dichiarando che la proprietà passa di diritto allo Stato e la gestione agli enti territoriali, in questo caso al comune di riferimento. Nel maggio del 1909 il sindaco di Fara, Paolo Traversa, vende a Don Giovanni Maria Rosset, nativo della Savoia francese, la chiesetta di San Biagio con il convento per la realizzazione di una stazione climatica: Villa Paradiso.

La tubercolosi polmonare veniva considerata una malattia infettiva endemica. L’organizzazione sanitaria antitubercolare italiana nacque alla fine dell’Ottocento, inizialmente grazie a circoscritte iniziative volontarie, successivamente con l’istituzione di ospedali e strutture organizzate dallo Stato.

Le “stazioni climatiche” sono le località considerate luoghi di soggiorni salutari. I fattori meteorologici generali della zona, ma anche quegli elementi che in ogni singola località le conferiscono una fisionomia climatica propria, come: le distese acquee, l’ampiezza e la direzione delle valli, il grado di protezione contro i venti, la natura del suolo e della vegetazione che lo riveste, ne costruiscono le caratteristiche che differenziano il clima da luogo a luogo. La temperatura, lo stato igrometrico, le precipitazioni e la nebulosità, la luminosità e il soleggiamento, infine la ventilazione sono i criteri per determinare una stazione climatica. La zona della Sabina romana risponde a questi criteri.

Villa Paradiso conclude la sua attività nel 1917. Il 18 agosto 1917 il proprietario vende al Conte Gian Giacomo Cavazzi della Somoglia, presidente della Croce Rossa Italiana. La donna che sosterrà economicamente l’acquisto è Carolina Maraini Sommaruga, moglie di Emilio Maraini, imprenditore svizzero proprietario di un importante zuccherificio a Rieti, vicepresidente della CRI fino alla sua morte il 5 dicembre 1916. La villa si chiamerà: preventorio Emilio Maraini.

L’ OPAI, Opera prevenzione antitubercolare infantile, nacque nel 1914 ad Olgiate Olona, con sede in villa Gonzaga, per la cura e l’educazione dei bambini.

La Grande Guerra aveva portato con sé una lunga scia di morte, per malattie, tra i soldati, ma anche tra la popolazione. Le condizioni economiche ed igienico-sanitarie erano tali che le epidemie non trovarono una risposta adeguata. Le nuove generazioni erano a grave rischio. Si sviluppa all’interno della Croce Rossa Internazionale la necessità di operare non solo in condizioni di guerra, ma anche in necessità di pace, come nel caso della tubercolosi. Questa scelta è stata determinante nel contenere la malattia, come del resto per la malaria, non avendo a disposizione una cura mirata che arrivò solo dopo il secondo conflitto mondiale.

Il 4 ottobre 1918, il sindaco Stefano Onelli vende alla Croce Rossa Italiana la chiesetta di San Fiano con il castello. Successivamente l’acquisto da privati dei terreni ed altre donazioni del comune permisero l’unificazione dei due siti che consentì anche la realizzazione del preventorio femminile Jolanda di Savoia. Il complesso divenne un luogo straordinario per la cura e la prevenzione infantile alla tubercolosi.

Archivio Storico Luce, Foto Attualità, la regina Elena di Savoia inaugura i preventori della Croce Rossa “Iolanda di Savoia” e “Emilio Maraini” a Fara Sabina, foto del servizio 18 novembre 1933.

Subito dopo la fine del primo conflitto mondiale fu istituita una commissione d’inchiesta che doveva rilevare la situazione della professione infermieristica e fare una proposta per adeguare il servizio alle attuali condizioni dell’assistenza pubblica. La relazione fu consegnata a settembre 1919: «le condizioni di vita e di lavoro del personale infermieristico erano considerate inumane, tali che non può davvero esercitare alcuna attrattiva sui migliori negli strati sociali, dove il movente per scegliere la professione d’infermiere è soltanto il lucro»[1]. La proposta di riforma presentata dalla commissione, presieduta dall’onorevole Pietro Bertolini, fu di ritenere essenziale la figura della Matron: una infermiera altamente qualificata e se in prima istanza con ampi poteri decisionali, successivamente furono ridimensionati ad una autorità limitata alla scuola e al convitto. Le scuole professionali ricalcavano il modello inglese sulla formazione infermieristica.

Tutti convennero che solo una figura femminile poteva assolvere a tale lavoro, ed in particolare le infermiere dovevano essere laiche, nubili o vedove senza prole, di sana e robusta costituzione fisica, in possesso della licenza elementare o di un altro titolo equipollente. Sarà il regio decreto legge 15 agosto 1925 n. 1832 a decretare la nascita della figura di infermiera professionale. Con regi decreti successivi vengono richiesti requisiti maggiori per l’accesso alla formazione nelle scuole dedicate, sino al regio decreto n. 2330 del 21 novembre 1929, che istituzionalizza le scuole e i convitti e determina l’istituzione di due figure professionali: l’infermiera professionale e l’assistente sanitaria visitatrice. Per questa figura era previsto un percorso di studi più lungo con un terzo anno di specializzazione e di formazione per l’abilitazione a funzioni direttive. Con il fascismo è l’assistente sanitaria visitatrice che «nell’esercizio della sua professione eminentemente femminile»[2] può creare le condizioni di «coscienza educativa ed igienica delle masse»[3].

Il documentario da cui parte la storia che sto raccontando, ha una lunga introduzione dedicata all’Istituto per lattanti “Emilio Maraini” in via Rubicone a Roma. Qui sono aiutati neonati e bambini sino ai quattro anni, con particolare attenzione ai figli di ragazze madri. In alcune scene si vede Carolina Maraini Sommaruga mentre accudisce i piccoli ed una statua dedicata al marito a cui un bimbo porta dei fiori.

La seconda parte del documentario è dedicata ai preventori di Fara in Sabina.

Cinquanta bambine, con il loro grembiule, mentre studiano e giocano all’aperto nel preventorio “Iolanda di Savoia”. Compiono anche lavori di giardinaggio, raccolgono olive nei campi. Nel 1925 verrà costituita l’ONMI, opera nazionale maternità ed infanzia, che si occupava della donna e dei bambini, in particolare, senza una famiglia. Sarà questa struttura che si sarebbe impegnata nella formazione più generale della donna con l’insegnamento dell’economia domestica, dell’assistenza sociale, dell’educazione fisica.

Ottantacinque bambini si divertono, nella loro divisa, a giocare nello spiazzo antistante il preventorio “Emilio Maraini”. Nel preventorio, oltre alla cura contro la tubercolosi, i ragazzi seguono laboratori per l’avviamento professionale agli antichi mestieri.

Nel grande spiazzo comune le bambine e i bambini fanno esercizi ginnici al sole, sotto la guida delle istruttrici. Dai quattro ai quattordici anni marciano portando la bandiera sabauda in modo disordinato. Il soggetto si conclude con la visita della regina Elena. Nel documentario siamo nella fase iniziale dell’Istituto Nazionale LUCE, testimoniato decisamente dalla croce rossa a fondo fotogramma nelle didascalie. Un soggetto, senza il logo de L’unione cinematografica educativa, che potrebbe essere stato prodotto dal S.I.C., alla fine del biennio rosso, o da altra casa produttrice, e poi recuperato dal LUCE. Le figure femminili che si occupano dei fanciulli sono crocerossine o educatrici sempre della Croce Rossa, come nelle didascalie introduttive viene messa in evidenza la trasformazione della Croce Rossa da opera di assistenza in caso di guerra o calamità a opera di assistenza nel quotidiano per malattie endemiche. Molto diverse dalle donne presenti nei due giornali Luce del 1933 ed in particolare del 1938, dove le trasformazioni legislative del fascismo erano già in essere da tempo.

Nota a margine. Mi piace sottolineare, per evidenziare ancora meglio la datazione, che nella didascalia «per lattanti Emilio Maraini che sorge a Roma in via Rubicone e fu eretto da una pietosa donna in memoria del compagno defunto», la parola compagno fu bandita dal fascismo, perché sostituita da camerata. In questo caso, tra l’altro, si trattava di moglie e marito.


[1] G. Rocco, C. Cipolla, A. Stievano (a cura di), La storia del nursing in Italia e nel contesto internazionale, Milano, FrancoAngeli editore, 2015, p. 259.

[2] Ivi, p. 262.

[3] Ibidem.

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