L’ARCHIVIO STORICO DIOCESANO DI SABINA-POGGIO MIRTETO

a cura di Caterina Placidi

Che gli archivi siano il sedimento dell’attività pratica di un ente, istituzione, persona o famiglia e delle modalità di organizzazione della memoria che essi si sono dati è ormai un dato acquisito, così come il fatto che la natura, la struttura, le vicende storiche o biografiche di questi soggetti individuali o collettivi costituiscano una chiave fondamentale di comprensione e di critica della documentazione conservata nell’archivio da essi prodotto. Descrivere archivi vuol dire, quindi, fornire innanzi tutto informazioni sui loro soggetti produttori e sul loro più generale contesto storico di produzione1.

L’archivio diocesano di Sabina-Poggio Mirteto, ha due luoghi di conservazione del patrimonio documentario: Magliano Sabina e Poggio Mirteto. Le carte attualmente conservate nell’archivio vescovile di Magliano Sabina risalgono in prevalenza al periodo postridentino e manca un vero e proprio fondo diplomatico. Nel Bollario (segnatura CU.II.4) leggiamo a carta 19 «Inventario di quelle scritture che meglio si sono potute ritrovare delle più recenti… e poste per ordine al possibile da Pietro Paolo Manocchio, cancelliere per l’Eminentissimo Signor Cardinale Gabrielli Vescovo di Sabina»; l’inventario occupa le carte 19-29 del detto registro. Da quello che dichiara Manocchio e da quanto ci è pervenuto possiamo asserire che questo è il primo inventario dell’archivio dell’allora diocesi di Sabina. Il cancelliere Manocchio prestò molta attenzione alla documentazione sciolta e più recente che dispose «per ordine al possibile»; di quelle più antiche, che erano conservate ai piani inferiori del palazzo vescovile, scrisse «scritture diverse antiche e fatte in mazzi distinti, messe per il meglio che s’è potuto». Abbiamo poi un inventario ottocentesco molto lacunoso. Dopo l’apertura degli Archivi Vaticani agli studiosi, voluta da Leone XIII, come è noto nel giro di pochi anni furono tentate varie indagini ricognitive ed emanate diverse circolari concernenti la custodia e l’ordinamento degli archivi ecclesiastici. La Sacra Congregazione del Concilio nel 1898 ne indirizzò una in particolare alle curie vescovili, alle quali impartiva istruzioni per la buona conservazione e l’ordinamento dell’archivio.

In questo contesto è comprensibile perché le relazioni sullo stato della Diocesi di Sabina, presentate nel 1916 e nel 1921 dal cardinale De Lai, si soffermassero piuttosto a lungo sulla situazione degli archivi. Nel primo dei due rapporti egli precisò di avere opportunamente collocato in stanze distinte, all’interno del palazzo vescovile, gli uffici del vicario generale e del cancelliere, ai quali il popolo aveva libero accesso, e l’archivio, «adeo ut in praesentium evàserit archivum et decens curiae sedes». La relazione del commissario apostolico Giovanni Volpi nel 1928, pur lodando l’impegno profuso dal De Lai che aveva senz’altro giovato alla salvaguardia della documentazione «secondo le esigenze moderne», riferiva che l’ordinamento non si era ancora concluso «e vi sono delle deficienze assai gravi». Larchivio è stato oggetto nel 2003 di un progetto di ordinamento e inventariazione.

Il complesso documentario conservato a Poggio Mirteto, attuale sede delle due diocesi riunite nel 1925, è composto da fondi eterogenei.

Al suo interno sono confluiti parte dell’archivio della Commenda di Farfa, nullius diocesis fino al 1841, il fondo della Diocesi Mandelensis, parte del fondo della Diocesi di Sabina-Poggio Mirteto il Complesso di fondi della Parrocchia di Santa Maria Assunta di Poggio Mirteto, parte delle carte del Seminario Sabino e altri archivi parrocchiali.

Ho immaginato questo spazio sul web, messo a disposizione da Didattica Luce in Sabina, come un luogo per «esibire»2 dei documenti archivistici molto importanti che l’archivio diocesano di Sabina-Poggio Mirteto conserva. In tal senso come sostiene Pier Cesare Rivoltella «da luoghi della tutela gli archivi divengono luoghi della diffusione. E tuttavia la produzione del senso continua a rimanere immanente, come osserverebbero i semiologi: l’iniziativa di comunicazione rimane saldamente in mano a chi detiene l’archivio e perciò stesso decide quali beni e quali servizi [diffondere]»3.

 

La confraternita del Santissimo Sacramento di Toffia e le opere di misericordia corporale e spirituale verso i bisognosi e i defunti

Pergamena della confraternita del Santissimo Sacramento di Toffia, Archivio Diocesano di Sabina-Poggio Mirteto, Poggio Mirteto, Miscellanea, Toffia
Pergamena della confraternita del Santissimo Sacramento di Toffia, Archivio Diocesano di Sabina-Poggio Mirteto, Poggio Mirteto, Miscellanea, Toffia

In questa pergamena il cardinale Giovanni Domenico [De Cupis] vescovo di Ostia, protettore e difensore della pia e venerabile confraternita del Santissimo Sacramento, istituita nella chiesa della Beata Maria sopra Minerva di Roma, riporta le lettere e il Motu proprio di Papa Paolo III, 30 novembre 1539, del seguente tenore: «Mossi dal desiderio di rimediare allo scarso rispetto verso il Santissimo Sacramento quando viene portato ai malati dal solo cappellano in modo poco onorifico, alcuni curiali e fedeli romani, di entrambi i sessi, si sono uniti nella confraternita istituita nella chiesa della Minerva per promuovere nella stessa e nelle altre chiese parrocchiali di Roma, la decorosa conservazione del Santissimo Sacramento, con la lampada accesa notte e giorno, e i confratelli disposti ad aiutare i bisognosi e i malati». Il documento contiene anche la aggregazione della compagnia del Santissimo Sacramento di Toffia, del 3 maggio 1547, a quella del Santissimo Sacramento di S. Maria sopra Minerva di Roma, per lucrare tutte le sante indulgenze concesse dai Sommi Pontefici al pio sodalizio romano, che si acquistano anche da quelle unite, quale è questa di Toffia. Negli statuti della compagnia del Sacratissimo Corpo di Cristo, posta nella Chiesa della Minerva della città di Roma, alla quale era aggregata quella di Toffia, troviamo «conviene loro essere dotti nella legge di Dio, acciò sappino parlare del vecchio e del nuovo testamento, essere casti, sobri, misericordiosi, e sempre più inclinare in misericordia che in rigore»4.

 

L’antica devozione del Miracolo della Beata Vergine Maria nella Visita del Cardinale Antonio Perrenot de Granvelle alla città di Magliano. 1580

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La tradizione della devozione per la fonte miracolosa di Uliano è di antica memoria. Già nel 1343, nel Registrum omnium ecclesiarum dioecesis sabinensis5, si trova descritta un’antica cappella fuori le mura di Magliano, che molto probabilmente coincide con il nucleo originale della chiesa. Nella carta 14v del registro della visita del Cardinale Antonio Perrenot de Granvelle alla città di Magliano e del suo territorio del 1580, i visitatori da Lui incaricati, Antolinez Briziano Ribera vescovo di Giovinazzo e abate di Medina del Campo e Girolamo Gallo I.V.D, rilevarono che nella chiesa cattedrale di San Liberatore, posta nella città di Magliano Sabina, nella navata laterale, a «cornu evangelij», c’era l’altare dedicato alla gloriosissima Vergine con la sua immagine ed era gestito «Per Societatem Sanctae Mariae de Uliano», che vi faceva celebrare messa e nel giorno della Annunciazione [25 marzo] processionalmente il quadro veniva portato dalla chiesa cattedrale alla chiesa di Santa Maria di Uliano extra muros di detta città. Sul dorso troviamo la segnatura D11.10, forse opera di Sennen Bonvecchi che operò un riordinamento dell’archivio all’inizio del ‘900. È il primo documento, tra quelli conservati nell’archivio diocesano, a darci ragguagli circa il culto particolare verso la Madonna di Uliano. Carlo Bartolomeo Piazza, ricordando il miracolo, diceva che «il miracolo risvegliò in tutta la Sabina, e paesi confinanti una gran divozione, che vorressimo di nuovo rinnovata ne’ Maglianesi, favoriti nel loro Territorio di così segnalato avvenimento in tutto il popolo Sabinese, le antiche memorie della loro felicità e divozione»6. In Sabina sagra e profana antica e moderna, dell’arciprete Francesco Paolo Sperandio, leggiamo che era nata la fratellanza di Santa Maria di Uliano poco dopo il pontificato di Innocenzo IV, che si occupava tra le altre cose, di favorire «l’uso del bagno o bagni, che vi si trovano [Santuario di Uliano], e in essi dicesi che la Vergine operasse miracoli»7. Ancora oggi la confraternita di Uliano continua a promuovere il culto devozionale e a mantenere il santuario, da alcuni decenni rinnovato e spostato rispetto alla chiesa originaria.

 

La Sacra Visita di Magliano del Cardinale Andrea Corsini e il racconto del Miracolo. 1782

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Nella visita pastorale del Cardinal Andrea Corsini, iniziata il 16 settembre del 1781, nei relativi atti troviamo l’inventario di tutti e singoli terreni, canoni, censi e rendite della venerabile compagnia della madonna Santisisma di Giuliano [Uliano] e il racconto del miracoloso evento: «Si narra che nell’anno 1242 sotto il pontificato di Innocenzo IV, un nobile maglianese, di nome Giuliano, non riuscisse ad avere un figlio dalla moglie Dorotea con la quale si era unito. La sposa pregava tanto la Madonna, che esaudì le sue preghiere e che le diede un figlio che venne dato alla luce. Dopo alcuni giorni dal lieto avvenimento, si organizzarono grandi feste. Ma proprio durante i festeggiamenti accadde qualcosa di terribile. La fantesca, che si occupava del bambino, inavvertitamente posò sopra alla culla dei mantelli dei convitati, che finirono per soffocare l’innocente. Terribile fu la reazione di Giuliano. Assalito dal furore incolpò la consorte la mutilò delle mammelle e delle mani le cavò gli occhi, cacciandola di casa con l’infante attaccato al collo. L’infelice donna funestata dalla sciagura, raccolse il suo spirito e con gemiti e sospiri invocò la Vergine, implorando da Lei soccorso e aiuto. Ed ecco che alle sue preci accorse Maria, che la condusse ad una fonte d’acqua sulfurea, ove Dorotea riacquistò vista, mani e seno ed il figlio tornò in vita. Giuliano che si trovava a caccia nei pressi della fonte, avvertito dai suoi servi del miracolo, accorse dalla sua sposa alla quale chiese perdono, e a ricordo di tanto prodigio, fabbricò una chiesa a cui lasciò gran parte della sua provvidenza». Da allora il santuario è meta di pellegrinaggi e di profonda devozione mariana in tutto il territorio8.

Bibliografia:

1. Stefano Vitali, La seconda edizione di ISAAR(CPF) e il controllo d’autorità nei sistemi di descrizione archivistica, in Authority Control. Definizione ed esperienze internazionali, a cura di Mauro Guerrini e Barbara B. Tillet, Atti del convegno internazionale, Firenze, 10-12 febbraio 2003, Firenze, University Press-AIB, 2003, pp. 140-145, <http://www.fupress.com/archivio/pdf/4383.pdf> [data ultima consultazione: 5 settembre 2018].

2. Pier Cesare Rivoltella, Il contributo degli archivi per lo sviluppo culturale e pastorale delle nostre comunità, in Storie fuori serie. Gli archivi storici ecclesiastici in una nuova prospettiva condivisa, Atti del convegno, Roma, 27 novembre 2017, p. 3, <https://bce.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/25/4_Rivoltella.pdf>, [data ultima consultazione: 5 settembre 2018].

3. Ibidem.

4. Li capituli, statuti et ordinazioni del Sacratissimo Corpo di Cristo, posta nella Chiesa della Minerva della città di Roma, Roma, Steffano de Nicolini de Sabio, 1547.

5. Maria Letizia Mancinelli, Il Registrum omnium ecclesiarum Diocesis sabinensis (1343): una fonte per la conoscenza della topografia ecclesiastica della Sabina medievale, Roma, presso la Biblioteca della Società Vallicelliana, 2007, pp. 100-101.

6. Carlo Bartolomeo Piazza, La Gerarchia cardinalitia, In Roma, Stamparia del Bernabò, 1703 pp. 132-133.

7. Francesco Paolo Sperandio, Sabina sagra e profana antica e moderna, rist. anast., [Sala Bolognese], Arnaldo Forni, 2007, pp. 294-302.

8. Per una bibliografia di riferimento si veda: Gaetano Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica. Vol. LX, Venezia, Tipografia Emiliana, 1853 p. 76; Antonio Maria Bernasconi, Storia dei santuari della Beata Vergine in Sabina, rist. anast. a cura di Enzo Silvi, s.l., s.n, 1987 pp. 221-238; Giustino Farnedi, Guida ai Santuari d’Italia, Casale Monferrato, Piemme, 1996, p. 253.

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