IL KARNHOVAL E L’ABOLIZIONE DEL BUONSENSO NELLA RIETI DEL 1969

a cura di Roberto Lorenzetti

Domenico Petrini negli anni ’20 del Novecento descriveva Rieti come la «piccola provincia del regno papale»1, una città assopita dove l’eco delle passioni restava lontano, rassicurata dal suo piccolo mondo di «feste e ricevimenti, di cerimonie e di processioni»2. Morì giovanissimo Petrini, a soli 29 anni, ma se fosse vissuto, settantenne, avrebbe visto il Karnhoval e magari avrebbe cambiato idea nel vedere la sua città diventare la patria di una delle principali manifestazioni d’avanguardia che si tennero in quel periodo in Italia. Era così cresciuta la sua Rieti? Oppure no, e il Karnhoval fu solo una eccezione, un pugno nello stomaco in una città di provincia che forse azzardò un po’ troppo nel farsi rappresentare da una simile manifestazione?

Fatto sta che il Karnhoval c’è stato. Qualcuno ha pensato ad organizzarlo e qualcun altro a finanziarlo e renderlo possibile.

Siamo nella Rieti del 1968 e Alberto Tessore salì le scale degli enti turistici reatini con in tasca una proposta bizzarra, quella di fare a Rieti un carnevale degli artisti chiamando a raccolta le avanguardie artistiche d’ogni tipo da ogni angolo del mondo, per offrigli una città che doveva diventare essa stessa spettatrice e palcoscenico. Era la voglia matta di quegli anni di voler dar concretezza ad ogni fantasia, dove l’inversione dell’ordine delle cose era normale, una sorta di monde renversé che sarebbe piaciuto a Peter Burke.  Nel vedere ciò che gli enti locali facevano in quegli anni, la cosa più probabile a cui andava incontro Tessore era quella di essere preso per un braccio e accompagnato fuori dalla porta. Ed invece questo non accadde, ed egli trovò ascolto e credito in quegli uffici abituati a sorreggere una immagine un po’ grigia di questo territorio, fatta di un po’ di promozione di amene località sabine da visitare in quelle spensierate domeniche del boom economico, dove ci si divertiva con qualche sagra e il carnevale era soprattutto per i bambini. Ed invece qualcosa accadde dentro i cda di quegli Enti dove sembrava essere arrivata come una tormenta la voglia di rinnovamento propria quegli anni. Come ogni anno sui tavoli di costoro arrivò la lettera del Comitato per i festeggiamenti del carnevale reatino, con la solita triste carta intestata con un improbabile arlecchino azzurrino sullo sfondo, con la quale si chiedeva di finanziare anche per il 1969 il classico carnevale reatino. Era talmente ripetitiva tale richiesta che non c’era bisogno neanche di abbozzare un programma. Ma quell’anno, siamo nel novembre 1968, il comitato si vide recapitare una risposta che lasciò di stucco i suoi rappresentati. La proposta era stata rifiutata in quanto, si legge nella lettera a firma del presidente dell’Azienda autonoma del turismo «[…] una ripetizione delle precedenti edizioni non assolverebbe adeguatamente alle finalità proprie dell’incentivazione turistica che dovrebbe manifestarsi con la partecipazione dei turisti di altre provincie e con la necessaria attenzione della stampa nazionale»3. Una vera rivoluzione. Nella casa del turismo reatino largamente guidata non dalle avanguardie di sinistra del tempo, ma da pacati esponenti della Democrazia Cristiana locale, tra i quali spiccavano i nomi di Luigi Cipriani, che tre anni dopo sarebbe stato il primo presidente della regione Lazio e dello storico sindacalista della Cisl Alberto Alunni, era scoppiato il ’68, o meglio, o più semplicemente, era arrivato il Karnhoval. Di fatto con la delibera del Consiglio dell’Azienda del 12 dicembre 1968, si dette incarico ad Alberto Tessore, coadiuvato da un comitato internazionale, di organizzare un carnevale degli artisti. Si recuperò anche un minimo di rapporto con il comitato cittadino per il carnevale affidandogli il compito di base logistica locale della manifestazione.

Il costo previsto per la manifestazione fu di tre milioni e mezzo di lire, ma alla fine se ne spesero circa sei. Il lancio della manifestazione fu un successo, tanto che arrivarono circa 170 adesioni di artisti da ogni parte del mondo. Arrivarono anche le adesioni della stampa nazionale e internazionale: «Stern», «Radio Berlino», «L’Espresso» che inviò Sergio Saviane, «La Tribuna di Ginevra», l’«International Times» di Londra, «Nuovi Argomenti» che mandò a Rieti Dario Bellezza che aveva inoltre aderito come poeta alla manifestazione, e la pressoché totalità dei quotidiani italiani e decine di riviste d’ogni genere da «Donna Moderna», alla più trasgressiva «Men». Un riscontro così Rieti non l’aveva mai avuto.

Cosa sarebbe dovuto accadere in qui fatidici sei giorni che andavano dal 13 al 18 febbraio 1968? Di tutto. Cosa realmente accadde? Molto poco.

 

Il Karnhoval, si legge nel programma a stampa della manifestazione, doveva essere una «festa totale, ritorno alle origini, giorno spaziale, abolizione del buonsenso, rivoluzione in maschera, sberleffo programmato, festival dell’assurdo, moltiplicazione di happening, ecc.»4. Mostre d’ogni genere avrebbero dovuto invadere la città, happening di poesia e musica, e poi un grande luna park nel quale gli artisti avrebbero costruito gli oggetti con i quali il pubblico poteva giocare, l’intero centro storico sarebbe stato amplificato per trasmettere musica e interventi d’ogni tipo, e poi doveva esserci un giornale quotidiano che avrebbero realizzato direttamente gli artisti e perfino un aereo che avrebbe lanciato dall’alto fiori e coriandoli.

Ad affiancare Alberto Tessore c’era il poeta Adriano Spatola che con il suo progetto di poesia totale rappresentava già una voce importante dell’avanguardia europea. C’era poi un comitato organizzativo composto da Emilio Villa, Wolf Vostell, Julien Blaine e John Hopkins, anch’essi esponenti di non poco conto del panorama culturale internazionale.

Un po’ a causa del maltempo, soprattutto di una forte nevicata che impedì materialmente a molti artisti di raggiungere Rieti, ed anche di un po’ di precarietà organizzativa tipica di quegli anni, a causa della quale molte opere d’arte che dovevano arrivare non arrivarono, ed altre arrivarono in ritardo, l’intera manifestazione venne di molto ridimensionata. Soprattutto venne poco capita. Saltarono ad esempio le azioni all’aperto del cineasta Klaus Schonherr, di Gabriele Oriani, al tempo direttore del gruppo sperimentale del teatro stabile di Torino e del gruppo U.F.O di Firenze che avrebbe dovuto coinvolgere la città in un grande gioco enigmatico basato sulla ricerca di una mitica capsula spaziale. Il luna park doveva essere il centro della manifestazione e vennero realizzati ben 18 box che rimasero pressoché vuoti a causa del maltempo e dell’assenza degli artisti che avrebbero dovuto gestirli. Non si riuscirono a montare le cosiddette sculture smontabili, il labirinto musicale con tubi fluorescenti, gli specchi deformanti. Si riuscì a montare solo una sorta di totem che avrebbe dovuto emettere suoni e profumi ma che venne vandalizzato solo dopo un paio d’ore. La mostra d’arte andò pressoché deserta e a quanto pare dei buontemponi locali si divertirono ad appendere alle pannellature turaccioli, cicche e bizzarri oggetti realizzati con fil di ferro che qualche cronista scambiò realmente con delle vere opere esposte. Insomma una rivincita della tradizione locale sull’avanguardia internazionale.

 

Dal punto di vista logistico il tutto si concretizzò in un vero disastro e le polemiche giornalistiche furono inevitabili. Il Karnhoval divenne “Il carnevale maoista”. «Nulla si è capito perché nulla vi era da capire»5 scriveva «Il Messaggero» del 19 febbraio 1969 definendo il Karnhoval fatto da «contestatori da strapazzo, forse gli stessi che occupano le nostre università»6.

È invece bellissima la cronaca che ne fa Valerio Miroglio per la rivista «Io». Certo Miroglio era un osservatore un po’ particolare. Giornalista, poeta, pittore e in genere artista d’avanguardia anche lui che proprio in quegli anni dirigeva la rivista «Plexus» insieme a Fernanda Pivano e insieme a Adriano Spatola, Giulia Niccolai e Corrado Costa che stava per dar vita alla rivista d’avanguardia «Tam Tam».

 

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«Un appuntamento di artisti nazionale ed esteri con e senza filtro incaricati di mettere insieme un catalogo di follie per fornire un parametro all’istituto dell’equilibrio mentale. Un parametro storico si capisce: nell’anno di grazia 1969 questa è follia e quest’altra è la saggezza. Poi si vedrà. Intanto si è visto che la follia è assai più affascinante della saggezza. […] Si è visto per esempio nel piccolo teatro ottocentesco un po’ mal ridotto dove Gioacchino Nanni ha messo in scena il suo omaggio a Marcel Duchamp, il più pazzo dei pittori dada. È stata una cosa maledettamente interessante perché il pubblico ha reagito nel modo più giusto alla provocazione: Nanni e la Kustermann, molto opportunatamente accompagnati da suoni ossessivi di musiche indiane, hanno combinato silenzi e urla gesti isterici e movimenti sereni, allusioni logiche e astrazioni totali nei tempi giusti e con meditato equilibrio (o squilibrio) fino a trascinare la platea alla più naturale reazione: le urla di disapprovazione in perfetta armonia con lo spettacolo fino a quando chi ha voluto fare uno sforzo si è accorto di partecipare senza volerlo alla follia di Duchamp; alla demistificazione della saggezza storica; alla messa al bando di tutte le convenzioni. Chi era più matto nel vecchio teatro di Rieti? Quelli che fischiavano o quelli che applaudivano?»7.

E concludeva il suo lungo servizio con la consapevolezza che «Gli artisti sono dei bambini che disturbano i grandi». Come non avere la voglia di esserci stati anche noi nel 1969 in quel teatro per vedere se ci saremmo posizionati tra chi applaudiva o tra chi fischiava, per capire alla fine quale parte della follia ci era più congeniale.


[1] D. Petrini, Alle porte del Mezzogiorno, «La Critica Politica», 1926, n. 4.

[2] Ibidem.

[3] Lettera di Terenzio Renzi, presidente dell’Azienda Autonoma di Turismo Rieti-Termilllo, 23 novembre 1968 [Archivio privato di Roberto Lorenzetti].

[4] Karnhoval, Carnevale Internazionale degli artisti, Programma + Catalogo, Rieti, 13-18 febbraio 1969 [Archivio privato di Roberto Lorenzetti].

[5] «Il Messaggero», 19 febbraio 1969 [Archivio privato di Roberto Lorenzetti].

[6] Ibidem.

[7] V. Miroglio, Gli artisti sono dei bambini, «Io», aprile 1969 [Archivio privato di Roberto Lorenzetti].

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