UN TEMPO RITROVATO_4

di Alfredo Pasquetti

Da qualche settimana il “tempo sospeso” cui Didattica Luce in Sabina ha cercato di imprimere un suo peculiare ritmo storico-archivistico ha ceduto il passo a un tempo diverso. A voler essere neutrali, lo si potrebbe definire un “tempo in bilico”, un’altalena emotiva e procedurale tra il progressivo e ancora fortemente menomato ritorno alla normalità da una parte e la perseveranza nel rispetto di misure di contenimento del contagio che appaiono già molto meno opprimenti o comunque allentate dall’altra. Coloro che invece si professano più pessimisti o, se si preferisce, «ottimisti ben informati» (ma si può ancora concordare con il brillante aforisma nell’epoca delle fake news e del parossistico disaccordo tra virologi?) vedranno più probabilmente nella stagione che si è appena aperta un “tempo in equilibrio precario”: un frangente nel quale il rischio di vanificare gli sforzi fatti in nome della ritrovata libertà, la tendenza inconscia a guardare al rigore dei mesi passati – sotto l’effetto di una lente deformante che proietta all’indietro i trend rassicuranti di questi giorni – come a uno sforzo inutile quasi sadicamente prescritto dagli epidemiologi con la compiacenza del governo, oppure l’indole dietrologa di chi ha reputato il lockdown un’imposizione dei poteri forti dettata da motivi inconfessabili potrebbero diventare gli ingredienti di una miscela esplosiva capace di rimettere tutto in questione.

A prescindere da come la si pensi e da come evolverà la situazione, è giusto che, con il Paese in piena fase 3, l’appuntamento con le pillole sul medioevo reatino, come del resto gli altri percorsi di “Un tempo sospeso”, trovi un suo compimento. Si era inizialmente pensato a un congedo dedicato al rapporto dell’uomo con la natura e lo spazio urbano, magari colto anche alla luce del contatto che abbiamo recentemente ancorché problematicamente ritrovato con due dimensioni così vitali. Con un po’ più di studio e di impegno, certamente questo indirizzo editoriale avrebbe potuto essere assecondato, ma la felice circostanza per cui l’Archivio di Stato è finalmente tornato a erogare il servizio al pubblico, pur con tutte le limitazioni del caso, ha notevolmente assottigliato il tempo a disposizione di chi scrive per chinarsi sul materiale documentario e cavarne qualcosa di pubblicabile. Si è pertanto deciso di andare sul sicuro ponendo a sigillo della nostra scorribanda medievistica una fugace incursione in quella straordinaria stratificazione di norme e disposizioni emanate dalle autorità cittadine che, nella prima metà del XIV secolo, ha assunto nello statuto del comune di Rieti la forma concettuale della raccolta sistematica e quella fisica del volume. Come si vedrà, i temi dell’uomo, dello spazio urbano, della natura e della loro reciproca interazione non saranno affatto elusi. Li si approccerà, però, da un’angolazione leggermente diversa da quella implicita nella consegna redazionale.

ASRi, Archivio storico del comune di Rieti, Antichi regimi, Statuti, 1, Statuto del comune (metà sec. XIV, copia del sec. XV), c. 9r.

Lo statuto comunale reatino è stato edito nel 2008 da Maria Caprioli, figlia del più celebre Giacomo, collazionando i tre testimoni superstiti (di cui due, uno manoscritto e l’altro a stampa, conservati presso l’Archivio di Stato a Rieti e uno, il codice più antico, alla Biblioteca apostolica vaticana) ed è stato accolto nella venerabile collana delle Fonti per la storia dell’Italia medievale pubblicata dall’Istituto storico italiano per il medio evo. Per l’esaustività con la quale delinea i quadri “costituzionali” di riferimento e per la varietà delle fattispecie che affronta, il testo può davvero considerarsi la carta fondamentale del comune reatino nel medioevo e anche oltre. Nella logica della fase 3, anziché concentrarsi sui capitoli di argomento, per così dire, epidemiologico oppure sulle “norme igienico-comportamentali” dell’epoca, analizzeremo una porzione testuale meno emergenziale, anzi, la più generale di tutte: il proemio.

Pervenutaci con qualche variante e regolarmente lacunosa in tutti e tre gli esemplari dello statuto, questa introduzione è una riflessione non tanto sull’uomo, sulla natura e sullo spazio urbano, quanto sull’uomo e sulla sua natura nel contesto della città o, meglio ancora, della comunità. Questa la traduzione “alla buona” del testo:

Ogni età e ogni natura è incline al male sin dalla giovinezza e la nostra esistenza è propensa alla voluttà; la natura è imitatrice dei vizi e, mentre tende continuamente ad assumere forme diverse, resta pur sempre portata ai delitti. È pertanto necessario stabilire leggi e statuti per reprimere l’audacia umana, per tutelare l’onestà tra i disonesti e per contenere con il timore della pena la capacità di questi ultimi di nuocere frenando il loro funesto appetito sotto le regole della legge, affinché grazie a esse ciascuno viva onestamente, senza ledere il prossimo, e a ciascuno sia riconosciuto il proprio diritto.

Statuta sive constitutiones Civitatis Reatae…, Romae, apud Antonium Bladum Asulanum, 1549, c. 5r (esemplare donato all’ASRi da Angelo Sacchetti Sassetti

Sono poche righe, ma molto assertive, su questioni di larghissimo respiro, un mosaico di citazioni scritturistiche e giuridiche che ricamano tutte sulla propensione dell’uomo al piacere e al vizio e sulla sua atavica indole delinquenziale. Si inizia con un riecheggiamento del libro biblico della Genesi (8, 21), più precisamente con il richiamo moralistico all’episodio della nuova creazione dopo il diluvio, allorché il Signore, odorando il profumo degli olocausti offerti da Noè, dice in cuor suo che non maledirà più il suolo a causa dell’uomo, per il fatto, cioè, che «ogni intento del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza». Della pericope veterotestamentaria i compilatori dello statuto reatino riprendono solo quest’ultima proposizione causale e così facendo, ovviamente, la decontestualizzano. La logica di tale scelta è tuttavia chiara e contribuiscono a renderla esplicita gli ulteriori prestiti testuali, stavolta dal diritto, che inseriscono il discorso proemiale nel solco di un filone di pensiero ininterrotto, pur nelle sue cangianti declinazioni, almeno sin dai tempi di Agostino e teso a riconoscere nell’individuo una creatura imperfetta, impensabile al di fuori dell’ordine naturale e sociale. Per converso è la comunità, in tutte le sue gradazioni, a risplendere come la luminosa stella polare di questo ideario teologico-politico-giuridico, che si affida a essa quale realtà materna e rassicurante mentre diffida del singolo come entità precaria e fallace.

Senza indulgere al pessimismo antropologico e ad antistoriche nostalgie per una visione della società che non è certamente la nostra, proprio in questo momento di ripartenza può essere utile meditare sull’impostazione del proemio. Verosimilmente quello introduttivo sarà stato l’ultimo capitolo dello statuto a vedere la luce. In ogni caso, di certo esso è stato redatto nel cuore di quel Trecento a partire dal quale comincia a insinuarsi una latente competizione tra due concezioni socio-giuridiche diverse: quella tradizionale, che ancora caratterizza lo statuto, giocata sulla dicotomia communitas = perfectum/unus homo = imperfectum; l’altra, tendenzialmente “moderna” e che proprio allora inizia a svilupparsi, incentrata sulle singole individualità da affrancare il più possibile dal reticolato pervasivo e talvolta umiliante dei rapporti e delle interdipendenze. Oggi che ci riaffacciamo a una vita più simile a quella di prima delle chiusure di marzo che a quella condotta nei mesi successivi, il potenziale cortocircuito tra quelle due concezioni sembra mutatis mutandis riproporsi. Da un lato, infatti, in tanti invocano il primato della collettività sull’individuo e additano società contraddistinte da un senso del dovere comunitario superiore al nostro (non necessariamente stati autoritari come la Cina, ma per esempio la disciplinata Corea del Sud) quali modelli virtuosi di efficace superamento della crisi del Covid-19 proprio in forza di quel primato. Dall’altro, molti insistono di più sul fatto che i lacci e lacciuoli variamente utilizzati durante l’emergenza per imbrigliare a scadenza le libertà personali non fossero più tollerabili oltre, e non ritengono un rischio, adesso, promuovere involontariamente un abbassamento dei livelli di guardia probabilmente troppo fiducioso nella buona volontà dei singoli. Si tratta, com’è facile capire, di una polarizzazione ideologica alquanto sterile, oltre che decisamente estrema. Siamo sicuri che l’alternativa sia così radicale? Siamo sicuri che la soluzione non possa trovarsi nel caro vecchio «giusto mezzo», in un’assunzione di responsabilità da parte di tutti per il bene comune nel rispetto sia dei decreti governativi sia delle irrinunciabili libertà di ognuno (a patto, evidentemente, che i primi siano coerenti con le seconde e queste sempre contemperate con la giusta dose di civismo)? Questi e altri interrogativi, forse, vale la pena di porseli ed è bello che a suggerirceli possa essere anche una riflessione blanda su una fonte medievale complessa e, come tale, sempre da preservare da attualizzazioni indebite.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...