CANZONI ALLA FINESTRA_4

di Egisto Fiori

Il titolo della nostra rubrica è stato sollecitato anche dal fatto che molti artisti, pur in piena pandemia, non hanno rinunciato a far ascoltare le loro voci e quella degli strumenti musicali e degli autori a loro più cari. Il fenomeno ha avuto un enorme seguito nella popolazione che a volte improvvisandosi, ha dato vita dalle terrazze e dalle finestre di tutta Italia, a numerosissime e non di rado inusuali, kermesse. Inizialmente la musica e le canzoni sono state un veicolo di incoraggiamento, di speranza, di socialità rinnovata ma la lunga interruzione di spettacoli e concerti, unita alla disponibilità di tecnologie, ha ben presto contribuito a trasformare ancor di più il web ed i social in particolare, in nuovi palcoscenici su cui organizzare concerti, pièces teatrali, serate di poesia e di lettura. Pur con le difficoltà economiche che hanno investito il mondo dello spettacolo, la musica non si è mai fermata del tutto. Sono molti gli artisti, anche reatini, che hanno continuato a comporre, a produrre dischi in casa, ad utilizzare gli spazi virtuali per far conoscere il proprio lavoro ma anche quello dei loro colleghi. Particolarmente significativa è stata l’iniziativa che ha visto come protagonista Stefano Saletti, notissimo polistrumentista reatino e figura di spicco della world music italiana. Ascoltiamolo nel tradizionale bulgaro Ergen dedo eseguito insieme a Barbara Eramo e al Baobab Ensemble.

Il brano, registrato a distanza, è stato pubblicato in rete solo da qualche giorno. Come molti altri, Stefano ha continuato a comporre, suonare, produrre, a tenere la barra dritta e ad esibirsi nel web e, anche attraverso i canali televisivi nazionali, a diffondere le sue riflessioni su questo “tempo sospeso”, sulla necessità e sul desiderio di una libertà, non solo di movimento ma intesa piuttosto come conquista profonda, come sentiero che attraverso secoli e confini, accomuna e ridefinisce l’umanità. Stefano è tornato più volte a parlare dei suoni e delle canzoni provenienti da finestre e balconi, del desiderio di possibile unione, del tornare di nuovo ad abbracciarci ma anche di un comune e spontaneo tentativo di esorcizzare la paura per le molteplici conseguenze del contagio da Covid. La musica è stato un collante che ha contribuito a tenere insieme famiglie e amici ma anche aperti i cuori e le menti. Basta cercare di immaginare questi mesi di lockdown senza artisti per capirne l’importanza.

Nelle ultime settimane, Stefano ha realizzato e diffuso in rete diverse interviste ad artisti legati al mondo della musica etno-popolare. I Dialoghi Mediterranei sono stati trasmessi sul canale Facebook del Teatro di Villa Pamphilij, dove purtroppo, per le restrizioni conseguenti alla pandemia, non si è potuta svolgere la ormai tradizionale rassegna primaverile nel teatro interno al parco. Agli incontri-interviste hanno partecipato tra gli altri, Gabriele Coen, Lucilla Galeazzi, Gabriella Aiello e Riccardo Tesi. Stefano Saletti è artefice della formazione della Banda Ikona, ulteriore porto d’incontro a cui sono approdati alcuni dei più prestigiosi musicisti della world music italiana come Barbara Eramo, Gabriele Coen, Mario Rivera, Carlo Cossu, Giovanni Lo Cascio e Arnaldo Vacca. «Essendo cresciuta nel tempo, non è più la Piccola Banda Ikona», ci tiene a precisare Stefano, «ma un insieme di splendidi amici e musicisti con i quali condivido questo viaggio in musica».

Con la sua banda Ikona, ma anche con altre formazioni, Stefano Saletti ha viaggiato da Lampedusa a Istanbul, da Tangeri a Lisbona a Jaffa, Sarajevo e Ventotene e in questi luoghi ha registrato suoni, rumori, radio, voci, componendo una tessitura sonora e raffinata che non dimentica i drammi delle genti lungo le “strade” del Mediterraneo, il dolore, le speranze, le preghiere ma anche l’antico Sabir, lingua del mare e possibile ponte tra le diverse sponde. Tra i tanti brani del suo percorso artistico proponiamo l’ascolto di Padri di Noi, preghiera eseguita come una tammurriata perché, spiega Saletti «in chi recitava questa preghiera c’erano i timori e le speranze di chi si affidava al mare ma anche il desiderio di stordirsi con il ritmo incessante».

«C’era una lingua che univa i popoli del Mediterraneo. Era il Sabir, la lingua franca che marinai, pirati, pescatori, commercianti, armatori, parlavano nei porti per riuscire a capirsi fra loro. Da Genova a Tangeri, da Salonicco a Istanbul, da Marsiglia ad Algeri, da Valencia a Palermo, fino ai primi decenni del Novecento si è parlato questa sorta di esperanto marinaro, formatosi poco a poco prendendo in prestito termini dallo spagnolo, dall’italiano, dal francese, dall’arabo. A noi piace questo linguaggio. Piace mischiare suoni e parole. Noi suoniamo Sabir. Noi cantiamo Sabir. Noi ablar Sabir».

Il Sabir ha accompagnato gran parte del percorso artistico e culturale di Stefano Saletti, tanto da essere stato il titolo di uno dei dischi dei Novalia, ensemble reatino di cui Stefano è stato protagonista insieme a Raffaello Simeoni di cui già ci siamo occupati nel recente passato. Il Sabir ci ricorda la possibilità d’incontro delle differenze, la ricerca di un linguaggio comune dei popoli di cui anche durante l’epidemia in corso, si sente una grande necessità nonostante i tanti gesti di solidarietà concreta e i molteplici gesti di “eroismo quotidiano”.

«La vita è l’arte dell’incontro», affermava Vinícius de Moraes. Gli artisti e i musicisti come Stefano Saletti riaffermano con la loro creatività la necessità di nuove priorità umane e della possibilità, pur scambiandoci gli sguardi al di sopra delle mascherine e garantendo la massima cura per se stessi e per gli altri, di rivederci e incontrarsi di nuovo, con curiosità, rispetto, desiderio, coscienti di quanto la vita possa essere eccezionale, se da essa ci si lascia sorprendere. Noi ablar Sabir.

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