TRA CARTE E FILMATI, I PROCESSI PER L’ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE_4

di Daniele Scopigno

L’epilogo di Herbert Kappler è vicino. A oltre trent’anni dall’eccidio delle Fosse Ardeatine del 1944, l’ufficiale tedesco esce nel 1976 dal carcere di Gaeta per essere ricoverato nell’ospedale militare Celio di Roma a causa di un tumore. Nonostante siano passate tre decadi dai fatti e una lunga detenzione, il ricordo del massacro non è offuscato. Saranno numerose le proteste per quel provvedimento a favore del capo del Servizio di sicurezza germanico, in particolare quelle della comunità ebraica, raccolte nel contributo dell’Istituto Luce Cinecittà di cui ci occupiamo in questo ultimo appuntamento dedicato alla storia del processo Kappler.

Nell’audiovisivo di Notizie Cinematografiche n. 453 (1976, B/N, durata 4:26), un ampio servizio descrive il clima di quei momenti nonché la persecuzione degli ebrei perpetrata da Kappler mentre le immagini scorrono e mostrano i cartelli della protesta che sfila anche nei pressi della sinagoga di Roma. Spiccano i nomi dei campi di concentramento e lager come Mauthausen, Bergen Belsen, Risiera San Sabba, a cui si aggiungono i messaggi di accusa nei confronti dei giudici militari e di riferimento a un presunto accordo tra Italia e Germania, di natura economica, contenente concessioni di altro tipo, tra cui la liberazione di Kappler. Di interesse c’è anche un breve passaggio di un’intervista all’ufficiale tedesco dal carcere di Gaeta in cui afferma, a proposito dell’eccidio alle Cave Ardeatine: «C’ero anch’io ma non ho iniziato o creato io quelle circostanze. Ho eseguito ed era durissimo».

Per arrivare al punto delle proteste, occorre, però, ripercorrere alcuni passaggi fondamentali, la cui ricostruzione è contenuto nel libro Il processo Kappler nelle carte dell’Archivio di Stato di Rieti, edito da Il Formichiere, la cui ultima parte si occupa proprio delle vicende che seguirono la sentenza del 1948 emessa dal generale Euclide Fantoni, i cui documenti sono custoditi all’Archivio di Stato di Rieti.

Dopo la condanna all’ergastolo, Kappler vedrà in appello la conferma della condanna di primo grado nonché l’inammissibilità del successivo ricorso in Cassazione. A quel punto, insieme ai suoi legali, decide di percorrere la carta del provvedimento di clemenza, trasformando la sua vicenda in un vero e proprio caso politico internazionale in cui entrano in campo diplomatici, alti burocrati ed esponenti politici di rilievo sia italiani sia tedeschi. La ricostruzione di quei fatti, come detto, è contenuta nel volume, qui, in sintesi, è opportuno ricordare che né la grazia né l’amnistia, né l’indulto né altri provvedimenti di mitigamento della pena inflitta furono concessi a Kappler in tutta la detenzione, se non l’annullamento dell’isolamento diurno comminato per 4 anni e cancellato nel 1954, a sei anni dalla sentenza Fantoni, dopo un articolato calcolo del periodo di inizio.

Come emerge più volte dalla lettura dei documenti presenti nell’Archivio storico della Camera dei Deputati e recentemente desecretati, le varie istanze di commutazione della pena, se in un primo momento videro parere favorevole in alcuni ambienti, per lo più o militari o della diplomazia ma anche politici, trovarono sempre o una circostanza o un intervento che ne bloccarono la concretizzazione.

I carteggi tra i vari dicasteri, infatti, sono serrati e già dagli inizi degli anni Cinquanta giungono le prime pressioni affinché Kappler e Walter Reder, ufficiale delle Waffen SS, autore dell’eccidio di Marzabotto, cittadino austriaco e detenuto anch’egli a Gaeta, siano destinatari di provvedimenti di clemenza[1]. La sorte di entrambi si intreccerà più volte nelle decisioni che le autorità italiane devono prendere, condizionando le relative prese di posizione che in sintesi erano le seguenti: se si grazia Kappler, occorre graziare anche Reder e viceversa. Ciò per non intaccare le relazioni con Germania e Austria in caso di decisioni differenti per uno e per l’altro[2].

Tornando alla scarcerazione di Kappler e per arrivare al ricovero al Celio la prima data da cui partire è il 4 aprile 1974 quando il capo del Sd deposita la sua istanza per l’ottenimento della libertà condizionale dopo 26 anni di detenzione, a cui aggiungerne altri due, di cui uno nel 1946 a disposizione della autorità inglese e un altro, nel 1947, a disposizione delle autorità italiane. Nella domanda rivolta al ministro della Difesa si legge:

Desidererei poter dedicare quel poco di tempo, che, date le mie condizioni fisiche, mi resterà ancora, ad una mera attività sociale. Non ci sarebbero né “memorie” o “le mie prigioni” né risentimento alcuno ma soltanto la mia debole voce che non abbia mai da ripetersi ciò che ho dovuto vivere io[3].

Kappler dovrà attendere il 12 marzo 1976 per ottenere dal ministro della Difesa, Arnaldo Forlani, un decreto di sospensione dell’esecuzione della pena per gravi condizioni di salute in riferimento alla «grave infermità fisica di cui attualmente il detenuto è affetto». Kappler è, infatti, malato di tumore e viene ricoverato all’ospedale militare di Roma. È il momento delle proteste che è possibile vedere nel filmato dell’Istituto Luce.

Il 30 agosto 1976 il giudice militare di sorveglianza, Giovanni Di Blasi, a quel punto si pronuncia sull’istanza di liberazione condizionale presentata oltre due anni prima. Lo fa in maniera duale, da una parte l’intervento della Corte costituzionale ha modificato l’organo competente a giudicare sulla richiesta che non è più il ministro della Difesa ma è divenuto il Tribunale militare territoriale e dall’altra Di Blasi esprime parere favorevole alla liberazione condizionale.

Il pm, il 2 ottobre 1976, si esprime, invece, per il rigetto dell’istanza di liberazione condizionale presentata da Kappler, ma un mese dopo, quasi a sorpresa, i giudici Giuseppe Merletti e Aldo Testaverde, rispettivamente relatore e presidente del Tribunale militare territoriale di Roma, ordinano l’ammissione di Kappler alla liberazione condizionale, la sua scarcerazione e la sottoposizione alla libertà vigilata. L’ambasciata tedesca chiede al ministro della Difesa di farsi consegnare Kappler, ma la richiesta è respinta.

Il pm ricorre immediatamente contro la decisione e mentre il giudice militare di sorveglianza decreta la sospensione della misura di sicurezza della libertà vigilata, il Tribunale supremo militare, in appello, accoglie il ricorso del pm e annulla la decisione di accogliere la libertà condizionale di Kappler rinviando al Tribunale militare territoriale di Roma per una nuova decisione.

Mentre Kappler si trova ricoverato, la Germania prova un’altra carta nel presupposto che fosse ormai morente. Veniva chiesto il trasferimento in un ospedale militare tedesco, con l’assunzione da parte del governo della Repubblica federale di Germania degli stessi obblighi di sorveglianza esistenti per la legge italiana. Tale suggerimento, veniva ripreso dal presidente federale Walter Scheel in una lettera del 10 febbraio 1977 indirizzata al capo dello Stato italiano. Sull’argomento tornava anche l’ambasciatore della Repubblica federale a Roma, con note dell’8 febbraio, del 10 marzo e del 16 giugno del 1977. Ma tutte le richieste furono respinte.

Da lì a pochi mesi, come noto, Kappler fuggirà nel giorno di ferragosto del 1977 attraverso una rocambolesca vicenda ricostruita, anch’essa, nel libro dedicato al processo. Ciò che si può concludere, in maniera parziale, al termine di questi quattro appuntamenti collegati ai contributi dell’Istituto Luce Cinecittà è che le carte del generale Fantoni hanno permesso di tornare su fatti che, a distanza di decenni, vedono ancora aspetti da chiarire, nonostante una storiografia e una ricerca pressoché continue e illimitate su fatti che vanno dal marzo del 1944, a via Rasella, fino al febbraio del 1978, a Stoltau in Germania, dove Kappler morì a 71 anni dopo circa sei mesi dalla fuga dal Celio.


[1] Reder fu scarcerato nel 1985. È deceduto nel 1991 a Vienna.

[2] Reder ottenne la scarcerazione anni dopo la fuga e il decesso di Kappler.

[3] D. Scopigno, Il processo Kappler nelle carte dell’Archivio di Stato di Rieti, Rieti, Il Formichiere, 2020, p. 136.

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