UN TEMPO RITROVATO_3

di Alfredo Pasquetti

Se ci si limita a tornare con la memoria alla manualistica scolastica, che per molti resta l’unico canale di accesso allo studio dell’età di mezzo, si potrebbe pensare che il medioevo sia stato un’epoca fatta soltanto di papi, di re, di imperatori e, più in generale, di quella pletora di personaggi eminenti che non ha difficoltà a svettare nelle fonti giunte fino a noi. In realtà, esiste tutto un medioevo “sommerso” – non in sé, ovviamente, ma di certo e molto spesso nella percezione del grande pubblico – che riaffiora con vigore e in una straordinaria proteiformità di incarnazioni storiche nella documentazione privata: concetto complesso e scivolosissimo, quest’ultimo, che però possiamo utilizzare senza troppi patemi e lambiccamenti in questa nostra escursione fugace e parascientifica tra le sedimentazioni medievali confluite nell’Archivio di Stato di Rieti.

Oggi volgiamo dunque la nostra attenzione a un esempio di atto negotii tenor, come i trattatisti di diritto comune chiamavano il documento privato. Un esempio pescato praticamente a caso, scelto sì tenendo fermo il desiderio di rimanere ancora per un po’ nell’aureo XIII secolo reatino, ma nella consapevolezza che a questo piccolo e fortuito caso di studio se ne sarebbero potuti preferire infiniti altri. Ancora una volta il documento proviene dal fondo del comune di Rieti, ma naturalmente si sarebbe potuto attingere a uno qualsiasi dei venti archivi notarili – tra comunali, mandamentali e quello distrettuale di Rieti, ormai declassato a sussidiario da quando uno dei tanti accorpamenti paventati con Viterbo si è concretizzato – che l’Istituto custodisce, molti dei quali recano in sé propaggini medievali. Il fatto documentato è semplice: Francesco di Pietro di Lorenzo e donna Risabella, sua moglie, confessano di aver ricevuto da Pietro Sidrachi 100 libbre come dote di Gisilutia, sorella di Pietro, promessa sposa di Bartolomeo, figlio di Francesco, a patto che tale somma venga restituita in caso di morte o di divorzio, obbligando 20 giunte di terreno sito «in Monticulo» ovvero un terreno con un’abitazione e un altro terreno, oltre a una casa sita nel terziere di Porta Cintia e la terza parte di un’altra casa ubicata nel terziere di Porta Romana. A rogare l’atto, il 18 gennaio 1289, è il «notarius imperiali auctoritate» Giovanni di Giacomo.

Archivio di Stato di Rieti, Archivio storico del comune di Rieti, Fondo membranaceo, n. 14.

Nulla di eclatante, si direbbe; anzi, rispetto agli esemplari di documenti pubblici di cui ci siamo occupati nei precedenti appuntamenti di questa rubrica “emergenziale”, quasi una monotona enumerazione di beni, di somme di denaro e delle clausole che li legano tra loro nella cornice del rapporto giuridico. La stessa esteriorità del documento colpisce assai meno l’occhio di chi lo guarda e lo stile del testo, meno disteso e retorico, non rapisce certo quanto l’eleganza del linguaggio cancelleresco. Lo schema protocollare è scarno, frutto di quella ibridazione di espressioni di religiosità cristiana (l’invocazione del Signore all’inizio) e di prescrizioni di legge e di rito (la data, il luogo, i testimoni) che è tipica del filone privato. Poi nessun preambolo formulare, ma solo l’essenziale a livello dispositivo, a cominciare da quelli che appunto si definiscono gli essentialia negotii, cioè i nomi e le qualifiche dei soggetti coinvolti, la natura giuridica dell’atto, gli oggetti del medesimo precisamente determinati per confinazioni, misure, pertinenze, accessioni, ecc. A questi elementi imprescindibili seguono di solito – e qui andiamo per un istante anche oltre la struttura specifica del nostro documento del 1289 – i naturalia negotii, ossia i caratteri che rispondono alla natura del negozio e che perciò sono propri e di norma presenti (a meno che non siano esplicitamente esclusi), come la defensio e la pena contrattuale; quindi gli accidentalia negotii, ovvero eventuali elementi che modifichino il negozio tipo, dunque condizioni e convenzioni espresse in specifiche clausole, e le renuntiationes a eventuali benefici di legge. L’ultima parte del testo è la rogatio, l’esplicita richiesta di scritturazione e, in talune circostanze, di pubblicazione rivolta al notaio nel caso – ed è il nostro – in cui il documento non sia autografo dell’emittente. L’ingrediente grafico più appariscente è infine il signum tabellionis o notarile che campeggia nell’escatocollo e che, in endiadi con la sottoscrizione del notaio, conferisce autenticità legale al documento.

A prescindere dalla sofisticazione formale all’apparenza minore e dalla tessitura meno ricca e raffinata del latino impiegato, anche qui ci troviamo dinanzi a un congegno giuridico e diplomatistico di rilievo: la dichiarazione di volontà di alcune persone private, verbalizzata e messa per iscritto da un pubblico ufficiale capace di tramandare per l’appunto in publicam formam il ricordo dell’atto giuridico compiuto, uno degli innumerevoli retaggi documentari, tuttora preservati dai nostri archivi, di quel cortocircuito virtuoso tra sfera pubblica e sfera privata che in Italia e non solo perviene a maturazione, dopo gli inizi nel XII secolo, proprio nel Duecento, quando un’eccezionale evoluzione di funzioni e di forme fa sì che un atto privato dal punto di vista contenutistico e in forza del profilo dei suoi “autori” (nel nostro caso Francesco e Risabella) assuma ciò nondimeno i caratteri di un instrumentum publicum irrecusabile, dotato di publica fides e dunque di assoluto valore probante, perché rogato da un notaio. Quanto tale tipologia di fonti, traboccante di dati oltre che di cavilli, abbia da offrire agli storici sul piano informativo e quali originali piste di ricerca possa suggerire loro di percorrere, non vale neanche la pena di provare ad adombrarlo in questa sede. Al livello più superficiale e, si potrebbe dire, quasi emotivo di fruizione di queste testimonianze del passato che si persegue con “Un tempo ritrovato” non si sfugge alla constatazione di come le lotte anche minute degli uomini di qualsivoglia estrazione per vivere e sopravvivere si siano sempre combattute anche con le armi acuminate del diritto e di come il medioevo, soprattutto con la fase di pieno rigoglio della cultura giuridica a cui risale la nostra pergamena, abbia fornito in tal senso un contributo eccezionale in termini sia di teoria sia di prassi.