TRA CARTE E FILMATI, I PROCESSI PER L’ECCIDIO DELLE FOSSE ARDEATINE_3

di Daniele Scopigno

Sono le 23,30 del 20 luglio 1948. Dopo sei ore di camera di consiglio arriva la sentenza a carico di Herbert Kappler e altri imputati, autori dell’eccidio delle Fosse Ardeatine avvenuto nel marzo del 1944 dopo l’attentato di via Rasella a Roma, con l’accusa, inoltre, per l’ufficiale nazista, della sottrazione di 50 chilogrammi di oro alla comunità ebraica romana. Prima di ritirarsi per giudicare erano state queste le parole di Euclide Fantoni, presidente del Tribunale militare giudicante:

Presidente: Imputati alzatevi, avete nulla da dire?

Kappler: Quale soldato tedesco affido il mio onore a soldati italiani e a giudici romani.

Presidente: Il dibattimento è chiuso; il Tribunale si ritira in Camera di consiglio per decidere[1].

Il processo, durato ben 34 udienze, si sta quindi per concludere e Fantoni sta per scrivere una pagina importante per la storia del nostro Paese.

Siamo alla terza tappa del percorso che abbiamo avviato nella ricostruzione di quel processo, le cui carte private del giudice sono custodite nell’Archivio di Stato di Rieti e sono al centro del libro Il processo Kappler, la cui presentazione è stata accompagnata dalla proiezione di alcuni filmati dell’Archivio dell’Istituto Luce Cinecittà e la cui disamina dei documenti relativi alla sentenza, si trova nel volume edito da Il Formichiere.

Il filmato in esame nel presente contributo riguarda proprio la sentenza. L’audiovisivo è contenuto ne «La Settimana Incom» n. 00173 del 22 luglio 1948 con il titolo 24 marzo 1944: l’ergastolo a Kappler, dalla durata di poco più di 1 minuto. Il servizio parte dalle immagini dell’aula dove si sta tenendo il processo e i numeri di quel dibattimento: 335 morti, 140 ore di discussioni e le 34 udienze. È quasi mezzanotte quando Fantoni, di cui si ascolta la voce nel video, esce dalla camera di consiglio per la lettura della sentenza che sarà la numero 631 del 20 luglio 1948.

Kappler viene condannato per omicidio continuato pluriaggravato e per requisizione arbitraria (la cosiddetta vicenda dell’oro degli ebrei), rispettivamente all’ergastolo e a 15 anni di reclusione con isolamento diurno per 4 anni. Gli altri imputati, Karl Wiedner, Kurt Schütze, Johannes Quapp, Hans Clemens e Borante Domizlaff, sono assolti.

A questo punto, occorre scendere nei dettagli per capire i vari passaggi logico-giuridici che hanno portato il generale, originario di Roccantica, a quella sentenza insieme agli altri componenti del Tribunale, composto dal tenente colonnello Carmelo Carbone, dal colonnello Gustavo Valente, dal colonnello Giuseppe Sivieri e dal colonnello Paolo De Rita.

Nelle 71 pagine di sentenza, 31 di “fatto” e altre 40 di “diritto”, custodite nel fascicolo 2 del fondo Fantoni, sono spiegate le responsabilità di Kappler, le tesi difensive, il diritto internazionale e il codice militare. Righe in cui anche l’attentato di via Rasella viene circoscritto in un ambito giuridico che si distanzia da possibili letture etiche e/o morali che hanno attraversato diversi decenni e che tuttora non si placano circa la natura di quell’atto, nonché le conseguenze per la mancata presentazione alle autorità tedesche da parte dei responsabili.

Per il generale sono diversi, quindi i temi da affrontare: la legittimità giuridica o meno dell’azione di via Rasella, la catena di comando della rappresaglia, l’errore del conteggio delle persone da fucilare, la circostanza se i tedeschi procedettero o meno ad avvertire delle conseguenze di possibili attentati, nonché la richiesta agli autori dell’attentato di consegnarsi in modo da evitare la rappresaglia.

Dopo mesi di udienze il Tribunale con la sentenza 631 stabilisce diversi punti, riassumibili così sinteticamente:

i Gap non avevano i requisiti per essere considerati un corpo di volontari secondo il diritto internazionale, pertanto via Rasella è un atto illegittimo di guerra;

le bande partigiane operanti sotto l’egida alla Giunta militare sono riconducibili allo Stato italiano; pertanto la rappresaglia tedesca, in base al diritto internazionale, era possibile ma secondo un principio di proporzione che non c’è stato;

non sussiste nemmeno l’istituto giuridico della repressione collettiva per quanto attiene le Fosse Ardeatine mancando un nesso tra vittime ed esecutori attentato;

le fucilazioni vanno divise in due momenti: le 320 indicate dall’ordine di Mältzer e le 10 stabilite da Kappler autonomamente a cui si aggiungono le 5 per errore;

circa le 320 fucilazioni, esse rientrano nell’alveo del dubbio di colpevolezza per Kappler poiché non è certo che egli avesse coscienza e volontà di eseguire un ordine illegittimo;

le 10 fucilazioni aggiuntive stabilite da Kappler e le 5 per errore rappresentano un omicidio volontario continuato non avendo l’ufficiale nazista il grado e la competenza giuridica necessari per stabilire una rappresaglia, pertanto ne risponde il capo del Sd;

gli altri imputati sono assolti per tutte le fucilazioni sia perché eseguirono un ordine sia perché non sapevano che le vittime erano aumentate rispetto alle 320 iniziali.

Sull’oro della comunità ebraica Fantoni scrive che «la richiesta di 50 kg. di oro agli ebrei romani, effettuata dal Kappler nella sua qualità di organo dell’amministrazione militare tedesca e nell’interesse di questa, non per un fine personale, concreta gli estremi del reato di requisizione arbitraria, non già quello dell’estorsione per cui ha avuto luogo il rinvio a giudizio»[2].

Tornando all’audiovisivo dell’Archivio Luce, questo si conclude con un commento: «Sulle belve scenda ormai il silenzio». Una frase che è possibile legare a due affermazioni, entrambe contenute in un’intervista all’ufficiale nazista realizzata da Enzo Biagi nel 1971 per «La Stampa», all’interno del carcere di Gaeta, dove il capo del Sd stava scontando la pena. La prima è di Kappler: «Non mi sono mai ribellato alla mia sorte. Non mi considero innocente in senso religioso e morale; sull’aspetto giuridico della sentenza avrei invece delle obiezioni»[3]. La seconda è di Biagi: «Kappler soltanto continua ad espiare»[4]. Queste due frasi rappresentano due ulteriori spunti di riflessione che saranno ampliati nel prossimo e ultimo contributo. Sarà accompagnato da un video relativo alla protesta della comunità ebraica per la scarcerazione di Kappler per motivi di salute e in quella sede si affronterà la questione della detenzione dell’ufficiale nazista e del perché soltanto in pochi sconteranno la pena inflitta.

A conclusione, riportiamo una novità di questi ultimi giorni, a testimonianza che sulle Fosse Ardeatine non c’è ancora la parola “fine”. Grazie, infatti, all’esame del dna è stato possibile identificare un altro dei caduti rimasti finora ignoti. Si tratta di Marian Reicher, era nato in Polonia nel 1901. La sua presenza era nota, ma finora non era stato possibile associare il nome alla salma. Ora dei 335 fucilati, sono 327 quelli individuati e otto quelli a cui ancora serve ridare un nome già conosciuto. L’opera di identificazione è possibile grazie al lavoro del Commissariato generale per le onoranze ai caduti, dell’Arma dei Carabinieri e dell’Università di Firenze.


[1] ASRi, Processo Kappler, Carte del gen. Fantoni, Fasc. 9 Arringhe difensive – Repliche, p. 8.

[2] ASRi, Processo Kappler, Carte del gen. Fantoni, Fasc. 2 “Diritto”, p. 69.

[3] E. Biagi, I delfini di Kappler, «La Stampa», 8 luglio 1971.

[4] Ibidem.

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