GOLOSITÀ RITUALE: LA CIOCCOLATA E LE FESTE RELIGIOSE A RIETI

di Alfredo Pasquetti

«C’era una volta la Festa. Era un giorno diverso dagli altri. Ci si svegliava più tardi e al posto della solita colazione si trovavano cibi e bevande particolari, più ricchi, più gustosi. Roba da giorni di festa, appunto»[1]: inizia così l’introduzione che il celebre medievista Franco Cardini ha preposto all’edizione del 2003 di un suo aureo libretto di venti anni prima, dedicato al tema avvincente e controverso del senso della festa e della montante desacralizzazione del tempo nella società contemporanea. Nel 1983 la pubblicazione aveva meritato la recensione entusiasta di un intellettuale raffinato come Carlo Bo e un feroce attacco da parte di Ruggero Guarini, giornalista e pamphlettista dalla penna acuminata. Senza entrare nel merito di quella polemica ormai remota, che si muoveva sul terreno scivolosissimo delle discussioni su secolarizzazione, tutela delle identità e aperture al multiculturalismo, l’incipit del volume di Cardini ben ci introduce all’oggetto di queste annotazioni scarne e disorganiche, che non è tanto e soltanto il cioccolato e l’utilizzo che a Rieti se n’è fatto nel corso dei secoli in ambito religioso, quanto, più precisamente, il modo in cui dalle nostre parti esso si è calato nell’atmosfera della “festa” intesa ancora nell’accezione che il professore di Firenze così brillantemente ricostruiva nel suo saggio: un momento di sospensione della vita ordinaria che si situava nel delicato e sempre fascinoso incrocio fra sacro e profano, uno scampolo di tempo che, tra liturgie, processioni, reliquie e altre più o meno ortodosse modalità di santificazione, vedeva tutti uniti e allegri di un’allegria anche e soprattutto rituale.

Di questa letizia cerimoniale – e della festosità che si manifesta proprio a cominciare dalla prima colazione evocata da Cardini – la nostra città conserva ancora un esempio fulgido e non scalfito dall’usura ineluttabile che ha colpito l’universo dei culti popolari: i festeggiamenti in onore di sant’Antonio di Padova. La scena della «colazione di sant’Antonio» è, infatti, di quelle che paiono essere state imbalsamate dalla storia, uno di quei frangenti nei quali persino le sempre più marcate differenze generazionali, oltre a quelle tra praticanti regolari e cristiani “stagionali”, sembrano annullarsi. Anziani, giovani famiglie, devoti ferventi, uomini e donne anche lontani dalla Chiesa: tutti, al mattino del giorno in cui – a seconda del calendario che fa oscillare la data fatidica, complice il periodico incunearsi nel mezzo della solennità del Corpus Domini, tra la penultima e l’ultima domenica di giugno, quando non la primissima di luglio – è in programma la processione, accorrono al chiostro oggi del liceo scientifico, ma per centinaia di anni annesso alla casa cittadina dei minori conventuali, per partecipare, tra un bicchiere fumante, una bottiglietta da asporto e un morso di biscotto, alla trepidante attesa dell’evento serale[2].

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Eppure, il rito “gastronomico” della cioccolata di Sant’Antonio è passato eccome attraverso le più varie trasformazioni negli ultimi decenni: alcune, più generali, legate al radicale mutamento di costellazione socio-economica e al parziale ridimensionamento della matrice eminentemente contadina della tradizione, con il consumo di cioccolata che contribuiva a garantire ai portatori, in larga parte estratti tra i “fratelli” della piana, in procinto di affrontare la fatica della lunga «processione dei ceri» un adeguato apporto energetico; altre più specificamente connesse all’organizzazione di questo affollato momento di ristoro collettivo. Da tempo la densa e golosa bevanda distribuita ai reatini non è più preparata dalle suore del monastero di San Fabiano, che anzi ne vengono omaggiate al pari del sindaco, del prefetto, del questore e degli ospiti degli istituti per anziani. La pia unione intitolata al santo dei miracoli si affida ormai a una nota pasticceria della città (che utilizza latte rigorosamente prodotto e confezionato a Rieti), così come i grossi biscotti secchi che la accompagnano, perfetti da inzuppare, escono caldi e fragranti da un altrettanto rinomato forno del rione San Francesco, area di secolare radicamento dei festeggiamenti. Una produzione industriale, dunque, il cui ancoraggio alla sorgiva dimensione popolare del giugno antoniano è comunque assicurato dalla gestione familiare degli esercizi commerciali coinvolti nell’approvvigionamento.

Ma a quando risale l’insinuarsi del cioccolato nel réseau delle festività religiose più care ai reatini? Rispondere non è facile: pochissime le nostre certezze, anche a fronte della situazione degli archivi ecclesiastici e confraternali, molti dei quali sono stati dispersi, perduti o finanche illecitamente smembrati. Particolarmente ricco doveva essere quello dell’antico e venerabile monastero di San Fabiano, residenza delle suore clarisse, tra cambi di sede e vicende spesso dolorosissime, sin dal XIII secolo. Purtroppo quel prezioso deposito di carte risultava essersi «involato» già ai tempi delle soppressioni napoleoniche[3], ma quanto vi rimane è sufficiente a far luce sugli albori del consumo di cioccolato presso le monache e sull’affermarsi della tradizione, ancora fiorente, della «cioccolata di San Fabiano». E ciò tanto più se si intersecano le informazioni desumibili dai documenti con le reminiscenze di chi, per motivi anagrafici, può ancora raccontare vivae vocis oraculo alcune delle fasi passate di questa storia.

Archivio Storico Diocesano di Rieti, Archivio vescovile di Rieti, Fondo fotografico, b. 2, n. 37.
Archivio Storico Diocesano di Rieti, Archivio vescovile di Rieti, Fondo fotografico, b. 2, n. 37.

Sulla cioccolata e su molto altro abbiamo intrattenuto un’amabile conversazione con l’abbadessa di San Fabiano, suor Maria Concetta Di Paolo. La madre, vecchia conoscenza dell’Archivio di Stato di Rieti per aver prefato lo studio sul monastero di Daniela Tomassi e Alessandro Sebasti[4] e per aver offerto agli intervenuti alla presentazione del volume in viale Canali un delizioso rinfresco a base dell’immancabile bevanda, è da più di settant’anni alla guida di una fondazione monastica che per tante ragioni appare ormai l’ombra di se stessa. Sebbene l’emorragia di vocazioni che ne ha inesorabilmente assottigliato la comunità e l’amarezza per una società che non soltanto non comprende più la scelta di vita claustrale, ma si va sempre più allontanando dalla religione, non abbiano indebolito la fibra di questa religiosa dalla fede solida e dall’intensa spiritualità, una certa malinconia, sia pure sempre cristianamente aperta alla speranza, è stata il sotterraneo leit motiv anche di questo colloquio sul cioccolato. E ciò non stupisce, giacché – ci dice suor Maria Concetta – la consuetudine secondo cui erano le sue consorelle del passato a preparare la cioccolata per la colazione antoniana rimonta a uno dei periodi più difficili della storia del monastero: quello del passaggio dalla clausura papale a quella vescovile nel 1929[5] e dell’impegno nell’apostolato attivo alla Supertessile di Rieti, vissuto da alcune monache come una violenza e all’origine di una lunga controversia con le curie romana e reatina che, dopo l’aggregazione coatta alle Missionarie francescane d’Egitto nel 1936[6], culminò nella scomunica. «Fu al tempo del loro cambio di status che le suore iniziarono a preparare il cioccolato per la festa di sant’Antonio – prosegue l’abbadessa – e continuarono a farlo sino a quando non fu ripristinata la clausura pontificia e non furono avviati i lavori per adeguare la sede di via Garibaldi all’osservanza dei voti solenni». Stando alla ricostruzione di suor Maria Concetta, la parabola del coinvolgimento delle clarisse nel settore gastronomico dei festeggiamenti di giugno dovrebbe quindi essersi esaurita nell’arco dei circa sei lustri compresi tra il forzato abbandono della vita contemplativa e il ripristino della clausura papale minore (deciso il 2 febbraio 1958)[7]. Quando le sorelle, dal 16 luglio 1955 aggregate alla Federazione delle clarisse urbaniane d’Italia[8], si installarono nuovamente e in via definitiva a San Fabiano nel 1970 dopo i tre anni trascorsi a Camposampiero (proprio la località del Padovano dove Antonio spirò)[9], la consuetudine della cioccolata antoniana si era ormai rimodulata, così come tutti gli altri aspetti del culto al santo francescano, quali la custodia e la vestizione della statua, che un tempo facevano capo al monastero.

Non per questo le monache smisero di preparare la cioccolata. Rimaneva infatti vivo – e tale permane tuttora – l’altro e più risalente rivolo della tradizione claustrale, peraltro legato a un periodo dell’anno che invita maggiormente al consumo di una bevanda così tipicamente invernale. L’incanto della cioccolata apprestata dallo sparuto manipolo di suore (appena quattro, numero giuridicamente insufficiente per mantenere una comunità indipendente, donde l’associazione con le consorelle del monastero di Santa Cecilia a Città di Castello) continua a ripetersi ogni anno il 20 gennaio, giorno nel quale cade la memoria liturgica dei santi martiri Fabiano e Sebastiano. Se il secondo è certamente più conosciuto, quantomeno a livello iconografico, è ovviamente il primo, ventesimo vescovo di Roma e papa ai tempi delle persecuzioni di Decio, a occupare il posto d’onore in quanto eponimo del monastero. Ancora oggi, dopo la messa in genere presieduta dall’ordinario diocesano le suore offrono a quanti si stringono in preghiera intorno a loro nella cappella di via Garibaldi un momento conviviale a base di cioccolata e dolci fatti in casa. Un’usanza che data molto indietro nei secoli. La prima occorrenza del termine «cioccolato» nei registri di introito ed esito del monastero, del 1759, si colloca proprio nel mese di gennaio, allorché della polvere furono comprate due libre, insieme a una di caffè, per predisporre il rinfresco per il vescovo. Dopo un breve inabissarsi nella documentazione, ecco il cioccolato comparire di nuovo nel 1765, sempre in gennaio, con l’annotazione dell’acquisto di una libra e mezzo al costo di 15 baiocchi. A partire da quell’anno la voce di spesa diventa una costante nei libri di conto di San Fabiano. Man mano che la materia prima da prelibatezza ricercata si trasformava in prodotto più comunemente reperibile sul mercato, aumentavano anche le quantità che il monastero, meglio attrezzato economicamente nel tardo Settecento grazie alla messa a reddito delle sue proprietà e alla concessione dei suoi terreni a mezzadria e a opera, era in grado di procacciarsi[10].

Archivio Storico Diocesano di Rieti, Archivio vescovile di Rieti, Visite pastorali, 39:I, Giovani De Vita (1765), c. 179.
Archivio Storico Diocesano di Rieti, Archivio vescovile di Rieti, Visite pastorali, 39:I, Giovani De Vita (1765), c. 179.

È un’ironica coincidenza il fatto che uno dei primi vescovi per cui fu imbandito il ristoro a base di cioccolata, accompagnato da una varietà di dolciumi sempre amorevolmente cucinati dalle suore[11], sia stato il dotto Giovanni De Vita (1764-1774), un presule che in materia di cibo nei giorni di festa ebbe modo di dire autorevolmente la sua. Con la promulgazione, il 13 dicembre 1765, del suo Editto per la riforma delle Confraternite, e altre Pie Radunanze della Città, e Diocesi di Rieti egli mirava infatti a porre un freno, tra l’altro, all’uso di darsi, in occasione delle festività, a «Conviti, Pranzi, Cene, Ricreazioni di qualunque nome, e specie» che costituivano una perversione della prassi antica dell’agape fraterna, non a caso precocemente proscritta dalla Chiesa[12]. Il cibo modestamente approntato dalle suore di San Fabiano non poteva rientrare in questa fattispecie e non per nulla il provvedimento di De Vita si rivolgeva alle confraternite, da sempre avvezze a forme esagerate di ricreazione che già le visite pastorali dei suoi predecessori non avevano mancato di stigmatizzare. Per esempio, ai tempi del vescovo Antonino Serafino Camarda (1724-1754), il parroco di San Donato aveva risposto affermativamente al questionario di sacra visita che chiedeva se a spese della confraternita della Beata Colomba, all’epoca con sede nella chiesa del rione Porta Cintia de supra, si facessero «conviti, rinfreschi, mangiamenti tra confratelli, se per consuetudine, o per obligo di fondatori, donatarij, o testatori, o pure in che altro modo»[13]. L’abbondante documentazione a disposizione sul pio sodalizio, se meglio scandagliata, potrebbe senz’altro dirci se tra gli alimenti consumati fosse a un certo punto comparsa anche la cioccolata, ma chi scrive non ha avuto la possibilità di effettuare una puntuale ricognizione in vista di questo articolo. Di sicuro la bevanda figura, più di un secolo dopo Camarda, tra le voci di spesa di un’altra adunanza dedicata alla beata Colomba, la pia unione istituita nella chiesa di San Domenico dopo il colera del 1855. La sua finalità era quella «di onorare la Beata colle opere della vera pietà cristiana, celebrandone una festa che sia di onore a lei, ed insieme di profitto spirituale e temporale agli Ascritti e alla Città». Nelle intenzioni, i festeggiamenti avrebbero dovuto avere un’impronta schiettamente religiosa: «Perciò si procurò sempre di evitare da quella festa quelle esteriori solennità e vani divertimenti, che piuttosto distornano dalla Chiesa, e non producono alcun bene ai divoti, ma invece si cercò limitare la festa nelle vere funzioni di chiesa con un triduo che servisse ad eccitarne la divozione, quindi colle medesime elemosine raccolte si istituivano delle dotazioni per povere zitelle. La prima regola dunque si è di mantenere sempre queste cose, e nella celebrazione della festa non allontanarsi mai dallo scopo suddetto di questa pia unione». In realtà, le carte amministrative del sodalizio denunciano un’impostazione dei festeggiamenti meno austera di quanto la bozza di regolamento appena citata prefigurava, con le note spesa che spaziavano dalla paratura del tempio domenicano all’illuminazione della facciata, dai servizi bandistici agli investimenti sulla “macchina” della beata, senza tralasciare le «colazioni festive» nelle quali la cioccolata non era assente[14].

Archivio Storico Diocesano di Rieti, Archivio vescovile di Rieti, Visite pastorali, 23:II, Antonino Serafino Camarda (1724-1726), c. 78r.
Archivio Storico Diocesano di Rieti, Archivio vescovile di Rieti, Visite pastorali, 23:II, Antonino Serafino Camarda (1724-1726), c. 78r.

Con la pia unione consacrata alla beata Colomba, la cui esperienza già poteva dirsi conclusa nel 1870, siamo ormai in pieno XIX secolo. La cioccolata a Rieti non rappresentava più quella rarità che invece doveva essere quando le prime annotazioni al suo riguardo cominciano a punteggiare i registri di San Fabiano. Addirittura, già ai tempi dell’episcopato di Saverio Marini (1779-1814) la calda e ristoratrice bevanda era finita al centro di una diatriba tra il vescovo e il potente capitolo della cattedrale, i cui canonici reclamavano il diritto di sorbirne dopo la celebrazione corale dell’ufficio divino: un episodio, questo, potenzialmente divertente e tutto da approfondire che forse risentiva in qualche misura anche degli strascichi delle dispute teologiche e mediche sul cacao che avevano agitato la Chiesa soprattutto tra Sei e Settecento[15]. Oggi, accanto alla persistente tradizione di San Fabiano, sono tanti i contesti devozionali del nostro territorio che salutano il principio del giorno di festa con una colazione “al cioccolato”. Proprio mentre questo articolo viene licenziato, sta avvenendo la distribuzione del gustoso liquido nella giornata finale dei consueti festeggiamenti in onore dell’Addolorata che hanno luogo in San Nicola. Per il secondo anno consecutivo il rito vedrà però un aggiornamento carico di significato: la cioccolata sarà offerta, come sempre, a quanti prenderanno parte alla messa delle 10 nella chiesetta di piazza Bachelet, ma poi la scena si ripeterà anche sotto il portico quattrocentesco della basilica cattedrale. Nel gennaio 2017, infatti, le parrocchie di Santa Maria in Cattedrale e di Santa Lucia, cui San Nicola afferisce, sono state congiunte in unità pastorale e da allora una nuova logistica della festa dell’Addolorata si è andata sempre meglio delineando per favorire una più intima compenetrazione delle due realtà. La cioccolata è naturalmente solo un piccolo segno di questo faticoso cammino e tuttavia, alla luce della storia che abbiamo rievocato a singhiozzi, non si sfugge alla suggestione di trovarsi di fronte a una forma germinale di risemantizzazione di un’usanza nata sì in chiave di fraternizzazione, ma con un intento ricreativo collaterale rispetto alla dimensione più squisitamente religiosa. E se ora invece la bevanda si stesse impercettibilmente trasformando, almeno nelle due parrocchie del centro storico, in uno strumento al servizio della pastorale? Soltanto il tempo ce lo dirà.

 

Si ringrazia l’Archivio Storico Diocesano di Rieti per aver concesso la pubblicazione delle foto dei documenti.

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[1] F. Cardini, Il libro delle feste. Risacralizzazione del tempo, Ventimiglia (Im), Philobiblon Edizioni, 2003, p. 9.

[2] Nel 2012, in occasione del secondo centenario della sua istituzione, la Pia Unione Sant’Antonio di Padova ha realizzato, in collaborazione con l’Assessorato alle Politiche Turistiche della Provincia di Rieti, un dvd dal titolo Rieti e S. Antonio di Padova. Un amore lungo otto secoli di storia, in un capitolo del quale, L’attesa, è documentata anche la pratica odierna della colazione antoniana. Ogni anno, inoltre, servizi speciali vengono realizzati al riguardo dal settimanale della diocesi di Rieti, «Frontiera», e caricati sul relativo canale Youtube.

[3] Così in Archivio Storico Diocesano di Rieti (d’ora in poi ASDRi), Archivio vescovile di Rieti (d’ora in poi AVRi), Visite pastorali, 70, Gabriele Ferretti (1827-1829), cc. 122-125.

[4] D. Tomassi – A. Sebasti, Tra le carte della clausura. Le Clarisse di S. Fabiano da San Francesco al XX secolo, Rieti, Archivio di Stato di Rieti-Monastero di San Fabiano di Rieti, 2015.

[5] Per i decreti della Sacra Congregazione dei Religiosi e del vescovo reatino Massimo Rinaldi, rispettivamente del 2 e del 24 maggio 1929, cfr. ASDRi, AVRi, Religiosi, b. 3, Monasteri femminili, Rieti – città, f. 12, Monastero di San Fabiano.

[6] ASDRi, AVRi, Religiosi sec. XX, b. 2, Religiose città e diocesi, f. S. Fabiano (decreto del 26 giugno della Sacra Congregazione dei Religiosi).

[7] Archivio di San Fabiano (d’ora in poi ASF), Registro dei capitoli conventuali e abbadessali, sub a. 1958.

[8] Ivi, sub a. 1955.

[9] Il trasferimento fu deciso tra il gennaio 1966 e il gennaio 1967 (ASF, Libro delle cronache, sub a. 1966; ASDRi, AVRi, Religiosi sec. XX, b. 7, Monastero Clarisse S. Fabiano) e avvenne il 27 settembre 1967. Sul ritorno nell’ottobre 1970 cfr. ivi.

[10] Tomassi – Sebasti, Tra le carte della clausura, cit., pp. 146-150.

[11] Cfr. ivi, pp. 149-150, sulle diverse tipologie.

[12] ASDRi, AVRi, Visite pastorali, 39/I, Giovanni De Vita (1765), c. [179].

[13] ASDRi, AVRi, Visite pastorali, 23/II, Antonino Serafino Camarda (1724-1726), c. 78r.

[14] Per tutto quanto sopra cfr. ASDRi, AVRi, Confraternite, b. Pia adunanza della beata Colomba (non fascicolata).

[15] C. Balzaretti, La cioccolata cattolica. Storia di una disputa tra teologia e medicina, Bologna, EDB, 2014.

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