ALIMENTAZIONE E MONDO CONTADINO DELLA SABINA NELLE IMMAGINI DI PAUL SCHEUERMEIER

di Roberto Lorenzetti

Abbiamo di recente cercato di valorizzare il lavoro che Paul Scheuermeier ha svolto in Sabina negli anni ’20 del Novecento con una pubblicazione e una mostra che hanno ottenuto un notevole successo. Nel riguardare le immagini che l’etnolinguista svizzero rilevò nel reatino e nell’attuale alta Sabina, al tempo provincia dell’Aquila in Abruzzo, appare evidente lo stretto legame che esse hanno con l’alimentazione contadina in quel preciso contesto storico. La bella immagine della massaia intenta a lavorare la “stesa” è quella maggiormente simbolica in questo senso, ma non sono da meno molte altre. Penso al “conciabrocche”, l’artigiano ambulante che girava le campagne riparando i piatti che si erano rotti e che rinvia ad una economia domestica di sussistenza dove nulla doveva essere buttato. C’è poi la foto della famiglia amatriciana che ritorna dal mulino con il frutto del lavoro di un anno e balza subito all’occhio come il tutto appare come un momento solenne. In quelle due balle di grano c’è il cibo che nutrirà la famiglia per l’intero anno. E che dire del forno collettivo di Leonessa dove le donne si accalcano per cuocere il pane utilizzando una struttura che era un bene comune della collettività, luogo di produzione del cibo ma anche di socialità e di scambio culturale.

Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Rieti, Il conciabrocche, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Rieti, Il conciabrocche, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Amatrice, Famiglia al ritorno dal mulino, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Amatrice, Famiglia al ritorno dal mulino, 1925.

Insomma queste ed altre immagini di Paul Scheuermeier raccontano anche questo aspetto tutt’altro che secondario del mondo contadino di quegli anni. Si tratta di un lavoro di ricerca che va letto nel contesto dello Sprach – und Sachatlas Italiens und der Südschweiz, generalmente indicato come AIS, l’atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale realizzato nella prima metà del ‘900, in base al progetto di due linguisti svizzeri, Karl Jaberg (1877-1958) dell’Università di Berna e Jakob Jud (1882-1952) dell’Università di Zurigo. Il riferimento d’obbligo di Jaberg e Jud era il monumentale Atlas linguistique de la France di Gilliéron e Edmont edito a Parigi in nove volumi tra il 1902 e il 1910 e l’idea dichiarata fu proprio quella di realizzare una «continuazione italiana e retro romanza» di questo, anche se con non poche differenze di metodo a cominciare da un diverso questionario di lavoro. La decisione di eseguire l’indagine fu assunta dai i due linguisti svizzeri nel 1911, proprio l’anno successivo dell’uscita dell’ultimo volume dell’atlante francese, e già nel 1912 era pronta la bozza del questionario ma, trascorsi alcuni anni, a causa dello scoppio del primo conflitto mondiale, i rilievi veri e propri iniziarono solo nel 1919 per opera di un unico rilevatore, Paul Scheuermeier al quale si aggiunsero più tardi Gerhard Rohlfs e Max Leopold Von Wagner. A Scheuermeier toccò la mole più imponente del lavoro tanto che in sei anni realizzò ben 306 rilevamenti in Svizzera e nell’Italia centro-settentrionale inclusa la Sabina. A Gerhard Rohlfs, particolarmente esperto dei dialetti del sud Italia, fu affidato l’incarico dell’indagine in tutta l’area meridionale e in Sicilia, mentre Max Leopold von Wagner lavorò per cinque mesi in Sardegna. Fu così che prese avvio quella che senza dubbio è stata la più vasta e approfondita ricerca linguistica ed etnografica svolta in Italia. Tra il 1919 e il 1928 vennero effettuati 412 rilevamenti in 407 località impiegando tre diversi tipi di questionario il principale dei quali, utilizzato in 354 casi, era costituito da 112 pagine ognuna delle quali conteneva 16 quesiti suddivisi in altrettante righe per un totale di 2000 diverse voci. Inoltre, tutti e tre i ricercatori avevano il compito di fotografare tutto ciò che ritenevano rilevante dal punto di vista etnografico. Il lavoro finale si compone di otto volumi che contengono le 1705 carte tematico-linguistiche consistenti ciascuna in una pianta d’Italia con indicate le circa 400 varianti locali dei lemmi scelti.

Per il suo lavoro fotografico Scheuermeier fece uso di una ICA Compur Dresda che forniva lastre in pellicola o vetro formato 9×12 e montava un obiettivo di 135 mm. f.4,5. Inizialmente la documentazione fotografica doveva ricoprire un ruolo marginale e fare da semplice sfondo all’indagine linguistica. Jaberg e Jud avevano inoltre maturato l’esigenza di evitare un uso soggettivo della fotocamera allo scopo di giungere a rilevazioni quanto più oggettive ed impersonali delle tematiche affrontate. Più tardi, a cominciare dal 1921, la documentazione fotografica che Scheuermeier andava accumulando durante le sue rilevazioni, iniziò ad assumere un ruolo sempre più crescente in funzione delle maturate necessità di documentare gli aspetti della cultura materiale contadina. Ne è riprova il carteggio tra lo stesso Scheuermeier e Jaberg che, visti i materiali che il giovane ricercatore gli aveva inviato, iniziò a coglierne sempre di più l’importanza tanto da suggerirgli di soffermarsi su questo aspetto senza preoccuparsi della fretta. La fotografia diventò un complemento imprescindibile delle rilevazioni che Paul Scheuermeier andava compiendo e ogni fotogramma è accompagnato da una dettagliata scheda descrittiva. Le schede fotografiche, oltre a descrivere i soggetti ripresi, finirono con il rappresentare una vera e propria integrazione ai questionari utilizzati soprattutto quando il ricercatore si trovava davanti ad oggetti, o varianti di questi, non contemplati nel questionario stesso che prevedeva rigidamente una unica risposta.

Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Amatrice, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Amatrice, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Leonessa, Donna che munge una pecora, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Leonessa, Donna che munge una pecora, 1925.

Delle foto di Scheuermeier colpisce anche la loro qualità formale, le attente composizioni, il gioco di chiaroscuri indirizzati a restituire a chi le osserva il patos delle diverse situazioni. Anche se di certo non è un percorso agevole da indagare, viene da interrogarsi sulle possibili influenze stilistiche delle fotografie di Paul Scheuermeier. Molti tra coloro che, per le più svariate ragioni, fotografavano al tempo spaccati della vita sociale, erano affascinati dalla fotografia sociale di Jacob Riis, che possiamo definire il primo fotografo e giornalista “militante” che pose il suo lavoro al servizio della causa delle classi subalterne americane documentando le condizioni di vita dei bassifondi di New York. Le sue immagini pubblicate nel libro How the Other Half Lives edito nel 1890, influenzarono tutta la fotografia sociale a cavallo tra XIX e XX secolo. Lo stesso discorso vale per Lewis Hine che, ad esempio, dal 1904 e fino al 1909, si impegnò a documentare l’arrivo degli immigrati, le loro insalubri abitazioni sovraffollate ed in genere le miserie dello Ellis Island, il punto d’ingresso newyorkese degli immigrati europei, ma anche per le immagini di Albert Renger Patzsch e della cosiddetta “nuova oggettività” tedesca degli anni venti. Appare convincente l’ipotesi di Marina Miraglia che individua nella fotografia sociale di August Sander il principale riferimento delle immagini di Paul Scheuermeier. Al di là dei grandi nomi della fotografia del primo novecento, certamente conosciuti da Scheurmeier, è difficile determinare con certezza il mosaico delle relazioni che hanno influenzato il ricercatore svizzero. Elisabetta Silvestrini prende giustamente in esame il mondo fotografico svizzero di quel periodo, sia quello professionistico che amatoriale, o più propriamente “signorile”, come nel caso di Gustav Rudolf Zinggeler-Danioth, un industriale del settore tessile che ha lasciato un fondo di 16000 lastre fotografiche di grande qualità formale.

Non è certo se Scheuermeier raccolse materiale iconografico prima di intraprendere il suo viaggio ma sappiamo che un suo punto di riferimento prima e durante questo lavoro fu lo studio dei suoi zii, i fratelli Brunner che pubblicavano cartoline illustrate di varie località svizzere e anche italiane fino al punto che oltre al loro laboratorio di Zurigo, essi aprirono una succursale a Como. Era in quel laboratorio che Scheuermeier si era formato partecipando anche ad una campagna di nove settimane di riprese fotografiche in Italia insieme a suo fratello Willy, e proprio il laboratorio di Como fu il riferimento per lo sviluppo e stampa delle immagini che egli riprendeva durante le sue rilevazioni per l’AIS. Non sappiamo se Scheuermeier si incontrò mai con le immagini che proprio in quegli stessi anni riprendeva Filippo Rocci sul mondo contadino della Sabina e che in molti casi divennero delle cartoline illustrate alcune edite dalla nota stamperia Alterocca di Terni, e molte altre che risultano stampate sulla famosa carta della ditta R. Guilleminot Boespflug di Parigi che consentiva di stampare una foto su un cartoncino formato cartolina sul retro del quale era prestampato lo spazio per l’indirizzo e quello per il messaggio in modo da poter avere cartoline anche in una sola copia o in modeste tirature. Rocci nel 1910 aveva inoltre vinto il primo premio indetto dalla prestigiosa rivista “Il Progresso Fotografico” edita dal padre fondatori della fotografia italiana Rodolfo Namias che pubblicò sulla prestigiosa rivista diverse sue immagini. Certo in Scheurmeier non c’era nessuna tensione verso una denuncia sociale delle misere condizioni degli umili come nel caso di Jacob Riis, ne il romantico pittoricismo di Filippo Rocci che componeva quadri letterari usando, piuttosto che documentando, i contadini della Sabina. Pur tuttavia dall’originario impiego di mera appendice all’indagine linguistica, le fotografie di Paul Scheuermeier acquisirono un ruolo sempre più pregnante all’interno dell’indagine avallato anche da Jaberg e Jud in chiave però di un utilizzo fortemente oggettivizzato e impersonale della documentazione. A distanza di tanti anni non c’è dubbio che il risultato finale di quella documentazione sia oggi impiegabile nel percorso di una lettura visiva che si presenta con una propria autonomia di linguaggio. Sarebbe quindi un errore leggere queste fotografie come mera documentazione quando esse ci restituiscono l’immagine del mondo contadino del primo dopoguerra con tutta la sua arretratezza e subalternità, con codici espressivi che richiamano alla mente proprio il lavoro di Riis, cosi come quello di Sanders e perché no, soprattutto nelle modalità di fotografare gli interni, anche quello di Filippo Rocci.

Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Rieti, Donna che stende la pasta, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Rieti, Donna che stende la pasta, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Leonessa, Donne al forno comune,1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Leonessa, Donne al forno comune, 1925.

Le immagini riprese da Paul Scheuermeier in Sabina sono particolarmente interessanti sia dal punto di vista documentario sia da quello della lettura fotografica di determinati spaccati del mondo contadino di questo territorio. Ad ognuna di esse corrisponde una scheda dattiloscritta alla quale Scheuermeier ha aggiunto a penna la trascrizione dialettologica dei nomi degli elementi principali che vengono fotografati. Un tema ricorrente che Scheuermeier ha ripreso in numerose parti d’Italia sono le massaie intente a fare la pasta e lo fa anche a Rieti con una immagine in interno decisamente ben realizzata con un affascinante gioco di sfumature del bianco e nero. Nella scheda viene annotato l’uso della “spyanadòra” e dello “stènneréllu”, mentre nella stanza la presenza della “màtera” mentre sotto il tavolo si trova un girello da bambino. Nella vicina piana riprende un contadino con la tipica “sarga”, l’abito da lavoro di origine medievale che veniva ancora impiegato in quel tempo. Fu colpito dal cosiddetto “conciabrocche”, l’artigiano ambulante che riparava piatti e vasi in terracotta ricucendoli con filo di ferro dopo aver praticato i fori tramite un trapano a corda. Scheuermeier riprende poi un erpice, vari cesti in vimini, un casale, un anziano contadino e un pozzo ambientandovi un uomo e una donna intenti a prelevare l’acqua. A Leonessa Scheuermeier riprende un gruppo di donne intente a cuocere il pane in un forno comune, la tosatura e la mungitura delle pecore, alcuni aratri e un suggestivo interno con una donna intenta a filare davanti al camino. Amatrice è il centro dove Scheuermeier realizza il maggior numero di fotografie a cominciare dalle case contadine riprese sempre con strumenti agricoli e i contadini in primo piano. È colpito dalla classica slitta da montagna, la cosiddetta “traia”, dagli strumenti per la lavorazione della canapa ripresi con due donne davanti ad un bel portale, e da varie scene di vita del paese spesso con donne che portano in testa la conca di rame.

Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Rieti, Coppia di contadini al pozzo, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Rieti, Coppia di contadini al pozzo, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Amatrice, Donna con conca, 1925.
Fondo AIS, Paul Scheuermeier, Amatrice, Donna con conca, 1925.

Le sue immagini sono affrancate da quel romantico ruralismo che si ritrova nella letteratura folclorica della Sabina di quegli anni, ma rappresentano una testimonianza, a volte cruda, della marginalità della classe agricola di questo territorio la quale, più che spina dorsale del Paese, come la voleva la retorica fascista del tempo, appare in tutta la sua marginalità e subalternità. Nei volti dei contadini si leggono i segni di una guerra da poco terminata alla quale la Sabina pagò un tributo di oltre tremila vittime, così come quelli dell’emigrazione dell’inizio del secolo, ma soprattutto sono chiari i segni della precarietà del sistema contadino sia di quello mezzadrile del reatino che di quello ancor più precario, bracciantile e micro-proprietario, dell’alta Sabina. C’è un filo rosso che lega le immagini dei contadini del Trentino, della Lombardia della Toscana e via via fino a quelli della Sabina. Portano abiti diversi e lavorano con strumenti diversi, parlano anche dialetti profondamente diversi, ma i loro sguardi, il loro modo di porsi davanti all’obiettivo del fotografo, denunciano l’appartenenza a quella stessa classe che, proprio in quegli anni, divenne sempre più subalterna e questo Scheuermeier sembra averlo colto e forse, al di là del freddo documentarismo della sua indagine, ha inteso trasmettercelo.

 

 

 

 

 

 

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