LE FONTI DEL KARNHOVAL

di Elisabetta Tarsia

Se «gli artisti sono dei bambini che disturbano i grandi»[1], quale migliore occasione del carnevale, momento per eccellenza di sovvertimento delle regole, per giocare, per sovvertire anche lo stesso carnevale tradizionale e dare corpo allo slogan della manifestazione, secondo cui «si possono dire molte verità scherzando»? E così fu il Karnhoval, il primo carnevale internazionale degli artisti, nato dall’intento di travalicare i generi artistici e le differenze tra artisti e pubblico, portando l’arte fuori dalle gallerie, sulle strade, per un incontro libero e giocoso, anche se non sempre compreso dal pubblico reatino. Le fonti che hanno reso possibile ripercorrere la storia della manifestazione svoltasi a Rieti dal 13 al 18 febbraio 1969, sono state, oltre le testimonianze dirette dei partecipanti e dell’ideatore ed organizzatore, insieme a Adriano Spatola, Alberto Tessore, un piccolo, ma fondamentale nucleo di documenti, messi a disposizione da Roberto Lorenzetti, unitamente ai materiali conservati dallo stesso Tessore e da Maurizio Spatola. Non un vero archivio, ma un archivio in nuce e forse in fieri, un variegato nucleo di carte, essenziali per ricostruire quanto accaduto cinquanta anni fa ed oggi in gran parte esposto nell’ambito della mostra organizzata sul Karnhoval all’Archivio di Stato di Rieti. Si conservano le delibere dell’Azienda autonoma per il turismo di Rieti, con la scelta del progetto del Karnhoval[2], l’incarico a Tessore per l’organizzazione, le valutazioni preliminari e gli scopi che orientarono la decisione, seguite dalle delibere di approvazione delle spese e dal resoconto finale dell’iniziativa.

 

La parte amministrativa reca testimonianza dei rendiconti delle spese sostenute per l’acquisto dei materiali per la realizzazione dei carri e del luna park, per l’alloggio dei giornalisti e degli artisti, i contatti con i fornitori e con gli artigiani. Importanti sono poi le carte relative agli aspetti organizzativi, le colorate schede di adesione con l’indicazione sommaria della proposta, le liste dei partecipanti, l’attribuzione degli stand del luna park, la corrispondenza con gli artisti, gli schizzi delle opere da realizzare con le istruzioni operative. Infine i comunicati stampa emanati dal comitato organizzatore, gli articoli apparsi sulla stampa locale e nazionale, che conservano l’eco delle polemiche che accompagnarono tutta la manifestazione e di cui trattano in questo numero Maria Giacinta Balducci e Liana Ivages[3]. Sintetizzando, attraverso le carte, si possono individuare quattro momenti fondamentali del Karnhoval: gli happening e le rappresentazioni sceniche, il luna park, la sfilata dei carri, la mostra di opere d’arte.

Gruppo Metzengerstein, Happening

A inaugurare il Karnhoval, l’opera di Erwin Hagen e di Giancarlo Nanni che trasformarono la piazza centrale in una selva di tubi di cartone sovrapposti e colorati, a modificare l’aspetto e la percezione usuale degli spazi della quotidianità cittadina. Nonostante la pioggia e la neve, che ne compromisero la stabilità, l’effetto di sorpresa e disorientamento percettivo non mancò ed alla gente che domandava incuriosita e stupita “cosa sono? cosa rappresentano?” l’artista rispondeva: “niente naturalmente”. Numerosi altri happenings ed azioni sceniche si svolsero per le vie cittadine, come quella del gruppo Metzengerstein di Bologna che, nonostante la neve, fece incedere in rigoroso silenzio per le strade imbiancate del corso, nove dei suoi componenti, neri triangoli umani vestiti con tuniche e cappucci, interrotti a un tratto da due analoghe figure vestite di bianco che cercavano di inserirsi tra loro. Sempre in silenzio i bianchi vennero bloccati, spogliati delle loro vesti, poi date alle fiamme e rivestiti anche loro di tuniche e cappucci neri, così il corteo riprese la strada portando a compimento l’azione. Invito a superare le diversità di razza, secondo alcuni, contestazione del sistema che sempre salvaguarda se stesso, uniformando e appiattendo tutte le individualità, pena l’esclusione dal sistema stesso, secondo le intenzioni di Elio Marchegiani e del resto del gruppo. “Aspetto che voi facciate qualcosa” continuava altrove a ripetere ad un pubblico sbigottito e passivo il giovane ragazzo tedesco, seduto per il suo happening su un cartone a gambe incrociate, in maniche di camicia e scarpe da tennis. Invece, il gruppo Space Re(v)Action, composto da Giancarlo Nanni, Manuela Kustermann, Mimmo Speranza e Maurizio Osti, utilizzando un sottile tubo gonfiato con aria compressa avvolgeva completamente cose e/o persone capitate a tiro, come una macchina, un tetto ed altro, mentre Franco Summa, pittore e scultore di Pescara mostrava i suoi strani oggetti, dei barattoli di diversi colori con la scritta “poema segreto” che emettevano un armonioso scampanellio, simile a quello delle mucche al pascolo[4]. Ma fu soprattutto lo spettacolo che si tenne al teatro Flavio Vespasiano, dedicato a Marcel Duchamp di Giancarlo Nanni ed interpretato dallo stesso Nanni e da Manuela Kustermann, a destare la disapprovazione nel pubblico che partecipò sbigottito, rispondendo alla provocazione con urla di contestazione. Splendidamente descritto dall’articolo di Miroglio sulla rivista Io e presente anch’esso in mostra[5].

Ferruccio De Filippi, Totem

Il luna park, che doveva costituire il fulcro della manifestazione, impegnando diciotto box istallati a Piazza Potenziani, con giochi e divertimenti, purtroppo risentì gravemente della neve e del maltempo che non rese possibile l’arrivo di numerosi artisti ed il montaggio dei box. In mostra troviamo oggi esposti i disegni della spia ottica di Giosetta Fioroni, un ambiente di quattro metri per due, una scatola nera con uno spioncino posto a un metro e mezzo di altezza che consentiva di guardare cosa accadeva all’interno dell’ambiente. L’istallazione, già proposta alla galleria Tartaruga, consentiva, guardando dallo spioncino di osservare una camera da letto all’interno della quale si muoveva una donna, che compiva azioni quotidiane, illuminata da una luce centrale e da una lampada posta sul comodino[6]. Grande successo riscosse il totem alto 8 metri realizzato da Ferruccio De Filippi, immortalato anch’esso in diverse immagini fotografiche presenti in mostra, una gigantesca macchina in grado di interagire con il pubblico ed emettere suoni, profumi e rumori quando toccata. Resistette alla neve continuando a funzionare, ma cadde vittima delle azioni vandaliche che ne danneggiarono dopo poche ore le componenti elettroniche[7]. Funzionarono, invece, a pieno regime lo stand di D’Agata e Niccolai “3 uova a 50 lire”, dove il pubblico si divertiva a lanciare le uova marce contro bersagli costituiti non da sagome, ma da un collage di testate di giornali e riviste con volti noti e che, quasi per par condicio, comprendeva anche una locandina del Karnhoval. Analogamente, nello stand di Fabio Bonzi un manichino vestito con divisa da guardia rossa e con occhi luminosi, regalava a chi inseriva 50 lire e riusciva a fissarlo per 5 minuti, mezzo chilo di riso, oppure un manganellino a chi aveva la pazienza di aspettare 15 minuti. Fabio Bugli realizzò una camera labirinto ripiena di palloncini colorati in cui il pubblico poteva aggirarsi e ballare. Cloti Ricciardi realizzò uno stand con pareti respiranti, mosse dal pubblico attraverso appositi fili, mentre lo stand di Panseca presentava dei tubi in plastica semoventi e ripieni di liquidi colorati. Non tutto si potè realizzare o sopravvisse alle intemperie, come il labirinto musicale, il gioco della dama, il risatoio, le sculture smontabili, gli specchi deformanti ecc… Sotto la neve finì distrutta anche l’opera tridimensionale del gruppo Break di Terni, due cubi uno in legno posato su un lato ed un altro in garza posato su uno spigolo, comunicanti tramite un corridoio[8].

Altro momento cruciale e conclusivo fu la sfilata dei carri, di cui in mostra troviamo diversi disegni, in primis la tenia spaziale, il carro presentato da Mirella Bentivoglio, somigliante ad un gigantesco drago cinese dal corpo argentato e snodabile, lungo 70 metri e sostenuto da semicerchi interni, con una enorme testa sferica dagli occhi luminosi e una bocca che sputava fumo. Il corpo veniva mosso da 40-50 giovani reatini che dovevano riprodurre il lento incedere di un animale preistorico che si snodava per le vie della città, la testa poggiava su un camioncino il cui movimento doveva accordarsi a quello del corpo, mentre dallo sfintere posteriore uscivano, provocatoriamente, dollari bruciacchiati. Forse l’unica opera che vide pareri concordi. Presenti anche i disegni del bosco artificiale di Frasnedi, composto da otto alberi ricavati da pannelli lignei, ciascuno sostenuto da 4 cespugli, il tutto montato su una pedana mobile. In mostra anche gli schizzi per la testa meccanica di Hagen, realizzabile in due versioni, così come il carretto per la vendita di oggetti inutili di Guerrieri, Drei e Siriello, un carretto da trainare, lungo circa un metro e mezzo/due, con la mercanzia ben in vista e coperto da tendine colorate. Sul disegno si trova l’indicazione delle misure e l’attribuzione a ciascun artista delle parti da dipingere. Degli stessi artisti anche gli schizzi per la realizzazione della grande gabbia di circa tre metri per un metro e mezzo, in cui “provare a stare dentro per amare di più la libertà”. Tra i carri più apprezzati troviamo quello di Gianfranco Barucchello, composto da due autovetture rovesciate, sovrapposte e imbullonate tetto contro tetto, dipinte a colori vivaci e trainate da un asino. Molta curiosità suscitò anche il carro denominato “l’idea sigillata” di Salvatore Paladino, una scatola nera chiusa e sigillata a cera lacca, aperta solo al termine della sfilata per mostrare la sorpresa, un’esplosione di mortaretti. Presenti in mostra anche gli schizzi per la realizzazione della “macchina mostro” di Mario Molli coperta da aculei metallici culminanti in sfere, e il carro “non uccidere”, composto da una grande scritta NO ed una enorme dentiera sporca di finto sangue, oppure i disegni per la gabbia[9].

Infine, la mostra al teatro Flavio Vespasiano, che doveva ospitare opere d’arte e opere grafiche, cui aderirono molti artisti e almeno quattro gallerie, e che a causa del maltempo andò praticamente deserta. Di essa rimane traccia in una sezione della mostra attuale che raccoglie materiali messi a disposizione da Alberto Tessore e dall’archivio Maurizio Spatola, espressione delle sperimentazioni sull’integrazione dei linguaggi artistici tipiche di quegli anni, quali la poesia visiva e la poesia totale di Adriano Spatola. Si trovano esposte, fuori dalle bacheche, il “Bicromo K” di Giorgio Nelva, le “modulazioni sferiche” di Nazzolese, le riproduzioni dei “dattilopoemi” di Arrigo Lora-Totino, posti a confronto con altri artisti esponenti della poesia visiva in ambito internazionale quali Lubio Cardozo, Jeff Nuttal, Joan Brossa. Nelle bacheche sono esposte anche le opere realizzate in multipli e spesso distribuite al pubblico dagli artisti che parteciparono al Karnhoval o che operarono in quegli anni nell’ambito delle sperimentazioni verbo-visive e non solo. Troviamo così esposti un ciclostile di Ugo Carrega, un pieghevole di Maurizio Osti, opere di William Xerra, di Rinaldo Nuzzolese, di Michele Perfetti, ma anche di Salvatore Paladino, Giancarlo Nanni, Timm Ulricks, Annalisa Alloatti e Mirella Bentivoglio. Ma soprattutto la cospicua sezione dedicata ad Adriano Spatola, figura di punta della poesia totale e della ricerca verbo visiva e coorganizzatore del Karnhoval, di cui sono presenti le riproduzioni ingrandite di numerose opere, accanto ai già citati Lubio Cardozo, Jeff Nuttal, Joan Brossa e Arrigo Lora Totino, il tutto accompagnate da pubblicazioni e riviste, come “Quindici”, “Tam Tam”, nonché le edizioni Geiger.

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[1] V. Miroglio, Gli artisti sono dei bambini, in «Io», aprile 1969.

[2] Estratto di deliberazione del Consiglio dell’Azienda autonoma per la stazione di turismo di Rieti-Terminillo, n. 64 del 14/11/1968. Estratto di deliberazione del Consiglio dell’Azienda autonoma per la stazione di turismo di Rieti-Terminillo, n. 76 del 12/12/1968.

[3] Faldone “Karnhoval”, Fascicoli vari.

[4] L. Fabbri, Karnhoval, in «Ciao 2001», n. 6, 5 marzo 1969.

[5] V. Miroglio, Gli artisti sono dei bambini, in «Io», aprile 1969.

[6] Faldone “Karnhoval”, Fascicolo di schizzi e bozzetti.

[7] Comunicati stampa del 12, 13, 14 e 17 febbraio 1969.

[8] Relazione finale sul Karnhoval dell’Azienda autonoma del Turismo di Rieti, s.d..

[9] Faldone “Karnhoval”, Fascicolo di schizzi e bozzetti.

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